Vip e letteratura, Giletti: ecco perchè amo Il deserto dei tartari


Il giornalista e conduttore di Rai 1 ci racconta il suo rapporto con la lettura e il motivo per il quale ha amato Il deserto dei tartati


 Massimo Giletti è un recordman. Conduce per l’undicesimo anno L’Arena, lo spazio domenicale da lui ideato, prima segmento di Domenica in, poi, in virtù dell’audience lusinghiera, svincolato dal contenitore. Così ogni giorno di festa, dopo pranzo, all’ora del caffè, si presenta –rampante gentiluomo, giornalista di razza capace di dire la sua con schiettezza ed eleganza– alla vasta e variegata platea televisiva.

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Giletti mette a frutto la lunga esperienza (tra i suoi programmi gli speciali su Padre Pio, le maratone Telethon, le Miss Italia, i Festival di Sanremo) cominciata nel 1988 nella fucina di Mixer, indimenticata trasmissione di Gianni Minoli. E anche a quegli anni torna in questa intervista, la seconda della serie sul legame dei divi della tv con i libri.

Ma insomma, Giletti, in tanta affannosa attività, trova il tempo per leggere?

“Cerco sempre di ritagliarmelo. Per crescere è fondamentale catturare questo spazio, altrimenti si rimane a un livello primordiale. Ma non mi chieda quando leggo. Io ho un rapporto strano con il tempo, trovo momenti per fare ciò che ritengo importante senza pormi regole. Insomma, amo gestire io il mio tempo, non esserne succube”.

E che cosa legge?

“Dipende dai periodi, dall’umore e dalle storie in cui mi trovo. Di recente ho affrontato un volume di Maurizio Torrealta su Ultimo, il capitano che arrestò Toto Riina. E poiché sono stato in Iraq, mi ha intrigato Isis-Il Marketing dell’Apocalisse, di Ballardini. Ancora, ho messo sul mio comodino A noi!, di Tommaso Cerno, su cosa ci resta del Fascismo da Berlusconi a Grillo e a Renzi. E però gli sistemo accanto anche i versi di Hikmet, il grande poeta turco. Questi aiutano l’animo, gli altri libri la curiosità e la necessità di andare oltre la notizia, comunque di essere informato”.

Insomma, predilige la saggistica.

“Sì, anche in questo modo preparo il mio lavoro. Per esempio, quando dovevo fare una serata con Bocelli e la Loren, andai a cercarmi cose scritte parecchi anni prima sul mondo dello spettacolo. E trovai il racconto del viaggio nella Jugoslavia di Tito che Ponti fece con Sophia per convincere il dittatore a fargli girare entro i suoi confini Il dottor Zivago. Una scelta obbligata per contenere il budget. Tito incontrò il produttore nell’isola di Brioni, dove si recava per le vacanze estive. Il fascino della Loren poteva facilitare l’accordo, visto che il comunista era sensibile alla bellezza femminile. Insomma, trovai immagini rarissime della nostra diva accanto al leader jugoslavo”.

Un libro che vorrebbe rileggere?

“Beh, è Troppo teneri con le donne di Queneau. Chissà dov’è finito nella mia libreria, non riesco a trovarlo. E’ una storia fantastica, che racconta perfettamente come è una donna. Ed è uno dei libri meno famosi dello scrittore francese. Neanche Giampiero Mughini, che è un suo fan, lo conosceva. E mi ha ringraziato dopo che, dietro mia segnalazione, lo ha letto”.

il deserto dei tartari 700

Il suo titolo del cuore.

Il Deserto dei Tartari di Buzzati. Ha segnato la mia giovinezza. Perché io sono uno che vive nell’attesa, che scruta l’orizzonte convinto che laggiù c’è sempre qualcosa da cui possa venire del buono. Io non mi fermo mai, vado al di là della siepe. Mi identifico così nel capitano Drogo, anzi, visti i miei anni, nel colonnello…”.

Lei ha frequentato il liceo classico e si è laureato con lode a in Giurisprudenza. Amava i libri che ha dovuto studiare a scuola?

“Beh, l’imposizione toglie un po’ il piacere della lettura. Però il liceo è stato un periodo straordinario della mia vita, e i bei ricordi si estendono anche all’Iliade e all’Odissea”.

capanna giletti

Nei suoi talk ha mai lanciato un libro?

“Sì, nel vero senso della parola. E’ stato quando, lo scorso febbraio, ho lanciato per terra il volume di Mario Capanna. È stato un errore, che peraltro mi è costato ventimila euro di multa dalla Rai. Ma la mia non è stata mancanza di rispetto verso la pubblicazione in sé. Piuttosto mi è risultato insopportabile che Mario Capanna, il sessantottino che in gioventù era stato sulle barricate per difendere i diritti degli ultimi, approdato alla maturità sia diventato il paladino dei vitalizi ai quali anche lui è approdato in qualità di politico. Vabbè, però altri volumi li ho avviati al successo”.

Racconti.

“Io sono nato professionalmente con Mixer Cultura. Il libro era uno spunto per avvicinarsi all’attualità, non un oggetto fine a se stesso da parcheggiare sui comodini. Ricordo i primi scontri con Vittorio Sgarbi, le discussioni con Arnaldo Bagnasco…Altro appuntamento con l’editoria lo ebbi nel programma Casa Raiuno: divertente fu la trasmissione nella quale ho ospitato la grande tessitrice del Premio Strega, Anna Maria Rimoaldi”.

E lei vorrebbe scriverne uno, di libro?

“Me lo chiedono spesso, ma sono diffidente. O si fa bene una cosa o se ne fa un’altra. Sono obbligato a vivere velocemente, invece la scrittura richiede riflessione. E, francamente, avere un ghostwriter significherebbe per me ingannare i lettori. Non mi piace e non lo faccio”.



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