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Folco Quilici

 Folco Quilici, il ferrarese che ha visto 86 primavere, non si stanca di viaggiare. Ora lo fa soprattutto con la penna, firmando libri di spessore storico. Per Mondadori è appena uscito “L’isola dimenticata”, un romanzo derivato da fatti realmente accaduti. L’isola del titolo si trova nel Tirreno. Nel 1943 è ridotta alla fame, poiché i tedeschi impediscono qualsiasi contatto con la terraferma.



Ma il grande documentarista non smette di pensare a nuove storie e già ne ha pronta un’altra per il proprio editore. Mentre la casa in cui vive è una raccolta di ricordi di viaggio e di trofei. Come quelli conquistati per i film e per le serie tv e gli altri ricevuti per i libri: dal Premio Chatwin al Salgari, fino all’Acqui Storia e al Premio Italia.
Quilici, tanti viaggi e tante iniziative corrispondono anche a un impegno come lettore?
“Sì, per piacere e per documentarmi”.
E che cosa legge?
“Volumi di storia, soprattutto contemporanea. Adesso mi intriga un saggio americano dedicato alle vicende dello sviluppo della bomba atomica”.
La narrativa non le piace?
“Ne leggevo tanta fino a qualche anno fa, praticamente tutta la letteratura italiana fiorita dal Cinquanta in poi. Ma pian piano sono scomparsi i grandi scrittori, almeno per me. L’ultimo è stato Umberto Eco. Sicché ora mi capita di comprare un romanzo, cominciarlo e poi metterlo da parte dopo le prime pagine perché mi annoia”.
Lei dei grandi autori del Novecento ne ha conosciuti molti. Addirittura tante firme hanno fornito il testo per l’edizione editoriale dalla sua più raffinata serie tv, “L’Italia vista dal cielo”: erano scrittori del calibro di Calvino, Sciascia, Soldati, Piovene, Prisco, Silone…..
“Con alcuni di loro, per esempio Augusto Frassineti, affrontai altri lavori e strinsi anche una sincera amicizia. A patto di saperli prendere”.
Racconti.
“Italo Calvino, per dirne uno. Con lui ho fatto Tikoyo e il suo pescecane. E’ stato il più difficile da trattare, non era agevole conviverci. Aveva sempre tempi stretti, ed è comprensibile visto il suo impegno alla Einaudi e il lavoro di scrittura. Però quando veniva a Roma riuscivo a passarci insieme parecchio tempo. E poi abbiamo condiviso una passione comune, la montagna. Con memorabili escursioni”.

folco quilici 1
Anche Sciascia fu suo sodale.
“Pure lui, e mi considero fortunato. Vede, Leonardo aveva un carattere dolcissimo ma era molto chiuso. Viveva appartato in un borgo siciliano, non possedeva il telefono, o almeno faceva finta di non averlo, visto che non dava il numero a nessuno. Però mi riuscì di scardinare le spigolosità del suo carattere”.
Da ragazzo amava leggere?
“E’ stata la mia passione che mi ha anche formato. Ovviamente la parte del leone la facevano i libri di avventura e quelli di viaggio. Come Caccia alla balena di Cesco Tomaselli, poi tutti i Salgari e i Verne”.
Dove tiene i libri?
“Oh, una volta erano tutti in perfetto ordine. Ora sono così numerosi e accatastati ovunque che se ne devo trovare uno vado a comprarmelo, tanto la ricerca è complicata”.
E a suo figlio Brando, anch’egli suggestivo regista, ha dato qualche consiglio di lettura?
“Ho provato, cercando di istradarlo su opere che ritenevo adatte, ma lui è molto diverso da me, preferisce titoli di analisi politica, di economia. Anche il suo cinema ha un taglio scientifico, diverso dal mio, che pure si basa su accuratissime ricerche”.
Lei ha in programma nuovi film?
“Sono avanti con gli anni, le mie pellicole richiedono set impegnativi, in luoghi impervi, in situazioni limite. In questa stagione della vita per me è meglio scrivere. L’ultimo lavoro fatto con l’Istituto Luce per la tv, sullo sbarco in Sicilia del ’43, è andato molto bene e adesso è uscito nel circuito dei video”.

folco quilici isola dimenticata
Com’è nato “L’isola dimenticata”?
“E’ il libro che ha avuto la più lunga gestazione. L’idea mi venne intorno al 1975, mentre filmavo le isole italiane. Nell’arcipelago toscano c’era un promontorio affacciato sulla cosiddetta Cala Rossa, conseguenza di un’eruzione vulcanica. E in una fenditura della roccia scorsi una scheggia metallica. E’ quanto resta della corazza di una mina, mi disse chi mi aveva accompagnato fin lì. In seguito mi imbattei in un analogo frammento incastrato nella scogliera di Capo Carbonara, in Sardegna. Mi spiegarono che durante la seconda guerra mondiale gli abitanti affamati di certe isole o di sperdute località marine usavano l’esplosivo contenuto nelle mine per prendere nel mare i pesci, unico cibo possibile. Ho montato e rimontato nella mia testa queste storie e ho creato il mio plot, che ha al centro un giovane tenente ferito in Africa nel ’43 e tornato alla sua sperduta isola”.
E quanto è durata la stesura del romanzo?
“Due anni, nei quali però alla scrittura ho inframmezzato altri impegni. Sa, anche Mondadori, mio editore di sempre, ora ha rallentato gli anticipi di compenso per i suoi autori. La crisi c’è ovunque”.
Però lei già lavora a un altro volume.
“Sì, ovviamente con l’editore di Segrate. Uscirà il prossimo novembre. Parla degli animali usati in guerra. Una sequenza di episodi che ritengo sia insieme toccante e interessante”.

Ultima modifica Mercoledì, 23 Marzo 2016 10:11
Lidia Lombardi

Lidia Lombardi, free lance dopo essere stata per 35 anni nella redazione del quotidiano "Il Tempo" dove ha ricoperto il ruolo di responsabile del servizio Cultura e Spettacoli dal 2001 al 2013. La sua più ferma convinzione professionale: il giornalismo non è per solipsisti, ma un lavoro d'equipe.

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