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Vezzoli omaggia la Rai anni '70 ma solo a Milano

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Francesco Vezzoli nello Studio 1 di via Asiago

  “Passerai tutta la vita a vedere Sanremo”. Francesco Vezzoli – superstar internazionale della Videoarte, tra l’altro autore alla Biennale di Venezia 2007 di “Democrazy”, filmato di una finta campagna per le presidenziali Usa che vede Sharon Stone schierata contro Bernard-Henri Lévy – se lo senti dire una sera dai suoi genitori sdegnati. Avevano comprato un biglietto per andare al concerto di Dalla -De Gregori e volevano portare anche il loro bambino. Ma lui puntò i piedi: meglio stare a casa con le nonne a godersi il Festival.




Francesco aveva cinque anni quando, 1976, la tv italiana divenne a colori. Qualche anno dopo partecipò ad un telequiz e di sé dice di essere stato un “bambino politico”. “Nel senso che mentre andavo in spiaggia a Riccione mi portavo sottobraccio il Manifesto e Novella 2000. Mica perché il giornalaio sbagliando me li aveva dati al posto di Topolino. Ma perché già allora ero scisso tra il polo educativo dei miei genitori intellettualissimi, che a quattro anni mi condussero al Centre Pompidou, e quello delle mie nonne, fissate con la tv”.
Questo per inquadrare, sullo sfondo del mitico Studio Uno di via Asiago e accanto a presidente e a dg Rai Monica Maggioni e Antonio Campo dell’Orto, il senso ultimo della mostra che Vezzoli ha curato per la Fondazione Prada e che si è inaugurata ieri a Milano (fino a settembre) appunto negli spazi intitolati alla casa di moda.

“Tv 70. Francesco Vezzoli guarda la Rai”, il titolo. Ovvero una cavalcata tra i programmi di culto del piccolo schermo, allorché il monopolio permetteva ancora di proporre trasmissioni popolari ma insieme di sperimentare. Ai filmati ripescati nel meraviglioso “baule” delle Teche Rai Vezzoli affianca opere d’arte che al mondo dell’”effimero” televisivo si ispiravano. Così in tre sezioni - dislocate nei dilatati spazi della galleria Nord, del Podium e della galleria Sud della Fondazione Prada b- l’artista bresciano ha “riletto” la tv in rapporto con l’Arte, la Politica, l’Intrattenimento. Ecco allora scorrere nell’alternanza luce-buio del percorso espositivo le immagini immateriali e in movimento del piccolo schermo mischiate a quelle materiali di dipinti, sculture, installazioni.
Nella prima sezione, per esempio, i documentari-interviste di Franco Simongini per la serie “Come nasce un’opera d’arte” che rendono un Burri, un De Chirico, un Guttuso scovati nei rispettivi atelier dei personaggi popolari. Dialogano, quelle trasmissioni, con le sperimentazioni di Giulio Paolini che realizza le scenografie per “Casa di bambola” in tv, o con l’opera spiazzante di Fabio Mauri, “Il televisore che piange” (1972).
Analogamente nella sezione della Politica, le riprese tiggì sulle stragi degli anni di piombo o sulla protesta femminista si intrecciano con i collage su carta di Nanni Balestrini o con i lavori di Carla Accardi, che rivendica per la donna un ruolo fino ad allora negato nella creazione artistica. I varietà del sabato sera, i quiz, i film per la tv, gli sceneggiati sono al centro del comparto dedicato all’Intrattenimento.

Introdotto da “La spia ottica” di Giosetta Fioroni, installazione concentrata sul corpo della donna, ma nel quale fa da catalizzatore il lavoro firmato per la mostra dallo stesso Vezzoli: la “Trilogia della Rai”, un montaggio della durata di 10 minuti nel quale, come in un flusso continuo dell’immaginario collettivo, l’artista inserisce le icone uscite dal tubo catodico che ne hanno segnato infanzia e adolescenza: Mina e Raffaella Carrà, l’Orlando Furioso di Ronconi e I clown di Fellini, Pinocchio di Comencini e il varietà Milleluci, e ancora Pasolini, Amanda Lear, Alberto Lupo, Rossella Falk, Rosi e Bellocchio, Rossellini e Antonioni…
“Con questa mostra – spiega Vezzoli - ho ricomposto le anime in cui ero scisso. Recuperando riti e miti televisivi ora mi sento armonico. Se De Gregori canta La storia siamo noi, io affermo che la Rai è la nostra Storia, perché è stata l’orologio di emozioni e dolori che abbiamo provato. Quella anni Settanta ha svolto un ruolo culturale rivoluzionario: Dario Argento per esempio ha anticipato Kubrick (e lui, furbo, aveva visto i film di Argento). Ho amato più di tutti Stryx di Enzo Trapani, quel varietà mi ha fatto sentire meno solo. Inutile fare paragoni con l’oggi dominato dal digitale, dai mass media telematici”.



 Ma Campo dell’Orto spera che tra 40 anni l’odierna Mamma Rai abbia lo stesso carisma evocativo e formativo. E la Maggioni ha realisticamente osservato che le immagini di cronaca di 40 anni fa per lei sono state e sono ancora “emozioni allo stato puro”. Peccato che questa antologia in bianco e nero non possa transitare in altre città oltre a Milano: lo ha escluso Astrid Welter della Fondazione Prada per la difficoltà di “trovare altrove spazi espositivi altrettanto grandi e di collocare altrove le opere”. Crediamo piuttosto per la propensione ad attirare soltanto nel “tempio” milanese i visitatori di rango, specie internazionali. Ed è forse inconcepibile immaginare che a Roma, la città della Rai dopo gli esordi a Torino e a Milano, non si possano trovare contenitori adeguati. Tra viale Mazzini, via Asiago, il Teatro Delle Vittorie, Saxa Rubra – tanto per restare “in casa” - potrebbe esserci un solo imbarazzo: quello della scelta.

Ultima modifica Martedì, 09 Maggio 2017 12:08
Lidia Lombardi

Lidia Lombardi, free lance dopo essere stata per 35 anni nella redazione del quotidiano "Il Tempo" dove ha ricoperto il ruolo di responsabile del servizio Cultura e Spettacoli dal 2001 al 2013. La sua più ferma convinzione professionale: il giornalismo non è per solipsisti, ma un lavoro d'equipe.

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