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Il Teatro Grande di Pompei

 La musica viene incontro all’arte figurativa: Rai Cultura, su Rai5 alle 21,15 di giovedì 20 agosto, manda in onda una “Bohème” di Giacomo Puccini nel Teatro Grande di Pompei. E’ una bella iniziativa, perché proprio nella ‘città museo’  - l’antica Pompei romana distrutta dall’eruzione del Vesuvio del 79 dopo Cristo,  dissepolta grazie agli scavi archeologici, iniziati sotto Carlo III di Borbone nel Settecento e in continua evoluzione – è oggi aperta sino a novembre prossimo una sezione della eccellente mostra del Museo Archeologico di Napoli “Pompei e l’Europa: 1748-1943”, dedicata alla moda ‘pompeiana’ sette-ottocentesca, che riempì l’Europa di triclini, bronzi, affreschi, oggetti domestici e di moda, imitanti gli originali pompeiani rinvenuti negli scavi.

La sezione allestita nel vasto Anfiteatro di Pompei, entro una Piramide in muratura recuperabile (che ricalca quella del 1989 in vetro e acciaio di Ming Pei, nella Corte Napoleone del Museo del Louvre di Parigi), sono collocati i calchi in gesso degli antichi abitanti di Pompei inghiottiti dalla lava,  realizzati da Giuseppe Fiorelli nell’Ottocento, colando il gesso nei vuoti della lava stessa.

La mostra, interessantissima, trarrà nuovo incentivo, per la visita, dall’occasione della rappresentazione della “Bohème” puccinana, nel Teatro Grande di  Pompei. Questo -  un teatro all’aperto con cavea e proscenio di tipo greco, risalente all’età sannitica, ma rifatto nel II-I secolo avanti Cristo e modernamente restaurato – è già di per sé oggetto di interesse archeologico e artistico.

Dunque una grande possibilità di coniugare la musica e l’arte figurativa. La “Bohème”, rappresentata en première nel Teatro Regio di Torino nel 1896, con Evan Gorga – bravo tenore che di lì a poco lasciò inaspettatamente la carriera – e un ventinovenne eccezionale Arturo Toscanini – raccolse, dopo il successo della “Manon Lescaut” del 1893,  un secondo trionfale successo, che lanciò definitivamente Puccini, allora trentottenne, nel firmamento perenne della Musica.

Il libretto fu scritto da Illica-Giacosa sulla base di un testo francese di H.Murger, anch’esso sulla vita bohèmienne degli artisti nella Parigi di fine Ottocento, dunque un’epoca vicina e realmente espressiva del Verismo musicale.

Vittorio Grigolo

Rodolfo, giovane poeta, vive col pittore Marcello, il filosofo Colline, il musicista Shaunard in una soffitta di Parigi, quando – dopo un aneddoto tipico, la visita del padrone di casa per l’affitto - una deliziosa ricamatrice bussa alla porta e Rodolfo l’aiuta, trattenendosi con lei e parlandole, finchè i due non si accorgono dell’attrazione reciproca. Celeberrime le arie “Che gelida manina” o “Sì! Mi chiamano Mimì” che il lirismo pucciniano ha reso immortali.

Segue la scena al Café Momus, affollata e animatissima, capolavoro veristico - negli anni ’60-’70 del regista e scenografo Franco Zeffirelli -  in cui compare anche la figura di Musetta che amoreggia con Marcello, indi maschere e artisti di strada, in uno scenario di vivacità e allegria. Nel III quadro, sotto la neve di Parigi, Rodolfo palesa a Marcello le difficoltà  del vivere con Mimì, malata di tisi e sempre più debole: ma ella arriva all’improvviso e i due, Mimì e Rodolfo, sul punto di separarsi, decidono di aspettare la primavera, che addolcirà il distacco.

L’ultimo atto è con gli amici riuniti nella soffitta, dove Musetta porta Mimì morente. Tutti fanno a gara per sollevarla: Colline va a vendere il suo cappotto (struggente il suo addio all’abito, compagno di povertà: “Vecchia zimarra… le mie grazie ti rendo” ). Mimì e Rodolfo ricordano il loro primo incontro nella bellissima e anch’essa struggente aria della giovane: “Sono andati… fingevo di dormire”, che poco dopo muore fra le braccia di lui.

Veronesi

Il direttore d’orchestra è Alberto Veronesi – direttore dell’Opera Orchestra di New York, della Shanghai Opera House, della Guido Cantelli Orchestra - giovane e vibrante: come lo è il tenore Vittorio Grigolo, nel ruolo di Rodolfo.

In questa “Bohème” infatti si raccolgono artisti giovani e ardenti: l’aretino Grigolo, tenore brillante che a 23 anni ha cantato alla Scala ed è in carriera da tempo, ha anche una sorta di ‘seconda vita’ poiché ama il musical, partecipa anche della musica pop, pubblica album e con Hayley Westenra ha inciso “West Side Story” con la Bernstein Foundation.

La sua vitalità conquista senza eccezioni: indimenticabile in un “Rigoletto” per la Rai TV del 2010, diretto da Marco Bellocchio, la sua interpretazione dello spregiudicato Duca di Mantova, che egli è riuscito – incredibile! - a  rendere accattivante e simpatico a tutti. Grigolo è stato premiato al recente Concorso ‘Enrico Caruso’ di Sorrento: un’altra occasione – come il suo intervento all’Expo 2015 di Milano in maggio – per ritrovare la sua generosa, giovanile ebbrezza artistica ed umana. Gli altri cantanti sono la colombiana Amalia Avilan, Maria Carfora, Ernesto Petti, Maurizio Leoni, Carlo Cigni: la regìa è di Carlo Antonio De Lucia.

Ultima modifica Giovedì, 20 Agosto 2015 10:41
Paola Pariset.

Giornalista, specializzata nell'ambito dell'arte della musica, della danza e non solo.

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