Cari elettori, care elettrici, le Tribune Rai dal 1960 al 1994


La mostra che rievoca la Prima Repubblica attraverso le Tribune politiche della Rai

 Il 12 ottobre 1960 il quotidiano “La Stampa” titolava a nove colonne in prima pagina: “Il ministro Scelba ha aperto la campagna elettorale in Tv”. E nell’occhiello: “Sette milioni di italiani davanti agli schermi”. E’ un documento importante. Perché non solo dà conto dell’avvio, sul piccolo schermo di un’epoca che appare lontana un secolo, delle Tribune Politiche.

Ma perché conferisce al Bel Paese un primato onorevole, come sottolineò anni dopo Ettore Bernabei, inossidabile direttore generale della Rai Dal 1961 al 1974: “L’Italia è il primo paese al mondo che con questa trasmissione assicura uguali possibilità e mette nelle stesse condizioni politici della maggioranza e dell’opposizione”. Ed è anche, quella Tribuna Politica, l’antenata di tutti i faccia a faccia e i talk show che hanno spopolato da vent’anni a questa parte. Come pure con essa si avviò l’abitudine dei leader di affidare alla televisione i propri “comizi”, se pur rivisti e corretti su una poltrona davanti alla telecamera, e insomma, di abbandonare il duro mestiere di parlare ai cittadini dalla tribuna di una piazza.

Tutto questo e molto altro ci racconta una mostra originale allestita in un luogo inusuale. “Cari elettori, care elettrici. Le immagini della Prima Repubblica nelle Tribune della Rai. 1960/1994” occupa la Sala della Regina di Palazzo Montecitorio (a cura di Edoardo Novelli e Stefano Nespolesi, fino all’8 ottobre, dal lunedì al venerdì 10-18). Sciorina 150 fotografie tratte da quel serbatoio infinito di memoria e cultura che sono le Teche Rai, dirette da Maria Pia Ammirati. Ma anche una serie di filmati, della medesima provenienza, nei quali, tra l’altro, i politici confessano gli interrogativi che si sono posti prima di andare in scena e uno di loro riconosce: “Abbiamo un gergo che capiscono ventimila italiani. Dobbiamo imparare a farci capire da 35 milioni di italiani”.

L’allestimento è suggestivo. Nel corridoio che conduce alla Sala della Regina, illuminato dalle grandi finestre che danno sul cortile-giardino interno del Palazzo dove passeggiano durante le pause dell’aula i deputati, i ritratti fotografici dei leader, tutti in bianco/nero, hanno come colonna sonora le loro voci, mentre parlano davanti agli elettori o ai giornalisti seduti di fronte in una “platea” formata da banchi digradanti (vi ricordate?). E fa effetto vedere dietro a quegli scatti i busti in marmo di Montecitorio, con i grandi parlamentari del passato: Giolitti e Amendola, Gramsci e Turati, Depretis, Matteotti.

La sala invece è animata da quinte bianche che delimitano spazi nei quali si possono scegliere video d’epoca, scorrere fotografie compresi gli scatti rubati al backstage, sedersi in sala trucco, dove ai signori onorevoli si mette il cerone e la cipria per comparire più fotogenici davanti alle telecamere, come testimonia una istantanea fatta ad Almirante, proteso verso il pennello della truccatrice.

C’è Gianni Granzotto che dà qualche suggerimento a Fanfani, c’è lo stesso “divo” Amintore che rivede la registrazione del programma prima che andasse in onda. Ma sono esposti anche video e foto degli imitatori dei signori onorevoli, che appunto dalle Tribune appresero i tic dei personaggi. Enrico Montesano fa Andreotti, aggrappato con le mani ai braccioli della poltrona. Alighiero Noschese si cimenta in Ugo La Malfa con gli occhiali e la bocca che pendono a destra. Sabina Guzzanti e il fratello Corrado in “Pippo Chennedy Show” sono rispettivamente il Berlusca con la “esse” sibilata alla meneghina e Prodi che sussurra accarezzando una mortadella.

Parodie sì, nei programmi leggeri. E mai censure, nelle Tribune. Al punto che Giuseppe Sibilla, al quale toccò la regia del programma, ricorda: “Fu l’esperimento della politica che bussa alle porte di casa. Agli inizi atmosfera tesa, per gli effetti prodotti dalla novità. Si andava in diretta. E se ci fossero stati dei kamikaze?”. Non ci furono, almeno subito.

Le trasmissioni si evolsero nell’arco di 40 anni, prima con i politici introdotti da un giornalista, tutti seduti a un tavolo e davanti alla telecamera fissa, poi gli incontri con i redattori delle diverse testate, poi le “Venti domande al segretario del partito” poste dal duo Jader Jacobelli e Ugo Zatterin.

Tra le grisaglie e gli abiti neri dei protagonisti si affacciano quelli femminili di Aba Cercato e di Mariolina Cannuli (a proposito, quante poche donne tra le leader: Nilde Iotti, Luciana Castellina, Elena Ilona Staller, la Cicciolina del Partito Radicale).

Ancora, nel ’70, gli incontri dei politici con i cittadini, allorché i cameramen vanno del salotto della casalinga di Voghera e il leader da studio risponde. Ma insomma, cominciano ad apparire le poltrone, i salotti, prodromi dei talk show. E alla fine qualche kamikaze, di quelli paventati da Sibilla, ci fu: Pannella si mette all’improvviso il bavaglio, Emma Bonino in jeans espone il cartello con la scritta “La commissione parlamentare sulla Rai abroga la verità”. Siamo nel 1978, anni di piombo per lo Stivale, e anni di rivendicazione per i diritti civili da parte dei radicali, le battaglie per il divorzio e per l’aborto.

Ma l’exploit provocatorio poteva avere luogo. Quando invece negli anni Novanta la politica si fa per lo più attraverso il tubo catodico, gli incontri si ingessano. Sottolinea Marcello Sorgi, all’epoca notista politico: “Fui presente con il collega Roberto Napoletano al Porta a Porta con Berlusconi e Prodi. C’erano tanti di quei paletti per noi giornalisti da farmi rimpiangere l’ordinata razionalità e l’assoluta libertà che regnavano nelle vecchie Tribune Politiche.



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