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Cose nostre, lo speciale sulla Calabria

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Dopo aver raccontato lo scorso inverno, le storie dei giornalisti costretti a vivere sotto scorta per essersi ribellati alla criminalità organizzata, è andato in onda, in prima serata, su Rai1 con uno Speciale dedicato alla Calabria, Cose Nostre (una delle autrici è Emilia Brandi). Tra i protagonisti Antonino De Masi, imprenditore di Gioia Tauro, che lavora nell’area portuale nonostante abbia subìto minacce e attentati. Riviviamo le storie della puntata.



La provincia di Reggio Calabria è il centro chiave della 'ndrangheta, una mafia che ormai ha sempre più un impronta mondiale. Il viaggio in Calabria servirà a mettere in luce un territorio di valore ma messo sotto mira da questo male.

La prima storia si svolge a Canolo e vede protagonista Fortunato La Rosa. L'uomo, ex oculista, è stato ucciso perché aveva chiuso il passaggio del suo campo alle cosiddette vacche sacre ovvero le mandrie della ndrangheta che hanno il privilegio di poter muoversi e pascolare ovunque. Il resoconto della vicenda è portato avanti dalla moglie Viviana Balletta.

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Gli unici diverbi con l'ex marito erano stati causati proprio dalle proprietà terriere e la sua passione per l'agricoltura. Il primo avviso gli è stato dato bruciando il grano che aveva venduto. Tutte le testimonianze dirette, dei cittadini, ricordano Fortunato La Rosa, come una persona generosa. Nessuna minaccia diretta ricevuta.

Il giorno in cui, in una curva, l'oculista è stato colpito, nella sua auto, da diversi colpi da arma da fuoco, l'uomo aveva chiesto alla moglie di accompagnarlo in campagna. Tante le piste seguite in questi anni dagli inquirenti, ma nessuna ha portato, alla soluzione, che i famigliari auspicano e che appare la più logica e motivata.

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La moglie ha deciso di non mettere nessun manifesto a Canole; la donna ha deciso di rimanere nel suo paese perchè andarsene avrebbe voluto dargliela vinta e "perchè ero a casa mia". Nemmeno 10 giorni dopo l'agguato inoltre ha deciso di fare, come se nulla fosse, la raccolta delle olive.

Dopo la pubblicità scopriamo, come ancora oggi, gli animali entrano nei tereni della famiglia La Rosa. Durante il servizio, infatti arrivano delle capre, e si scopre il filo spinato tagliato dalla recinzione.

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Dopo 10 ani la svolta: due presunti colpevoli sono arrestati e messi in prigione. Pochi giorni dopo però il riesame stabilisce come ci siano poco indizi a loro carico e vengono liberati. Ancora oggi di fatto non ci sono i colpevoli.

La seconda storia è introdotta dalle parole del Procuratore Capo di Reggio Calabria, Federico Cafiero De Raho, che descrive in modo esemplare la situazione e i dominio nella zona della criminalità organizzata: "Le cosche non hanno bisogno di minacciare. Si è abituati a dar conto alla ‘drangheta".

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Trasferiamoci nella Piana di Gioia Tauro e alla storia di Antonino De Masi e alla sua azienda di famiglia. Le pressioni per il pizzo è iniziata già negli anni 60, e il protagonista si ricorda in modo vivo, come durante la gioventù, insieme al padre dormisse con il fucile sotto il cuscino per essere pronto in caso di aggressione.

Alla fine degli anni 80, la durissima aggressione, che ha portato il 24 dicembre del 1990 a dire basta e chiudere per mafia in seguito a un attentato dinamitardo. Pochi giorni dopo però si ritorna ad aprire. Nel 1996 viene aperto il porto di Gioia Tauro. La famiglia De Masi, decide di aprire degli stabilimenti lì vicino, ma la 'ndrangheta che domina la zona, non è d'accordo.

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Ritardo in semplici autorizzazzioni, problemi nell'allaccio del gas e il colpo di grazia dalla Banca che lo indebitò, rispondendo a comandi dall'alto. La notizia era stata anticipata da un ex dirigente dei Carabinieri, che lavorava all'interno dell'azienda bancaria. Dopo l'attacco alla sua azienda a colpi di kalashnikov, Antonino De Masi vive scortato.

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"Stavo abbandonando, ma quando vidi il volto dello Stato, decisi di andare avanti". Il problema a quel punto non era il pizzo, ma il giro di droga che c'era dietro i container frigoriferi. Antonino De Masi, non vuole lasciare la Calabria, perchè vorrebbe dire andare via da sconfitto: "Io non sono una vittima". Il suo obiettivo è lanciare prodotti made in calabria; tra cui la pizza priva di sostanze cancerogene.

La terza storia è quella di Gaetano Saffioti. L'imprenditore edile di Palmi scopre la cattiveria e prepotenza della 'ndrangheta dalle parole e dal terrore della madre, che rispose al telefono. Eppure già dagli anni 80 la cittadina calabrese era al centro di una faida tra clan.

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L'uomo vive sotto scorta da più di 15 anni, da quando non si è voluto piegare al volere delle cosche Bellocco-Piromalli, subendo ogni atto di intimidazione e ogni tipo di minaccia. Lo stesso imprenditore, dopo aver ceduto in un primo momento, raccoglie indizi e prove contro i malavitosi, attraverso registrazioni e foto

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 Raccontando gli incontri con i latitanti,Gaetano Saffioti si commuove, evidenziando il modo in qui coprì il ruomore del registratore. Dalle sue indagini emerse come tutti i clan della 'ndrangheta erano uniti sotto un unico cartello. La sua vita si svolge in 20 metri tra la sede del lavoro e la sua casa.

Arriva il momento di conoscere Antonino Bartuccio, che inizia il suo racconto affermando come non s ne andrò mai dal paese. L'ex sindaco di Rizzicoli, porta subito la truppe televisiva, sotto casa di Teodoro Crea, il boss della 'ndrangheta più famoso della zona e ci ricorda tutti i suoi soprannomi, compreso il fatto che la moglie per anni è stata maestra in una scuola pubblica.

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Pochi giorni dopo essere stato eletto, la 'ndrangheta inizia a fare le prime richieste, pretendendo di mettere la mani praticamente in ogni settore. La pressione poi si sposta sui consiglieri e il Sindaco inizia a denunciare alle autorità i fatti. Nel 2011, sotto la spinta della Mafia, si sono dimessi tutti i consiglieri comunali e la giunta si è sciolta.

Il suo coraggio ha portato la Polizia a svolgere l'indagine Deus, che ha portato all'arresto di moltissime persone, tra cui Teodoro Crea. Il figlio del Boss per anni è stato latitante. Tutta la famiglia di Antonino Bartuccio vive sotto scorta, ma nonostante i concittadini li abbiano "isolati", l'ex Sindaco ha deciso di non voler abbandonare il suo paese.

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Anche lui, come i tre precendeti protagonisti si commuove; questa volta quando parla dei sacrfici che ha imposto ai figli, che non possono fare una vita normale. Giusto ricordare come la maggior parte dei calabresi siano persone per bene. La vicenda si chiude con il viaggio nel bunker di Giuseppe Crea, arrestato dopo anni di latitanza, lo scorso gennaio.



Cose nostre Speciale termina qui, e vi da appuntamento al nuovo ciclo di puntata in seconda serata, che andrà in onda la prossima stagione.

Ultima modifica Venerdì, 08 Luglio 2016 23:38
Samuele Perotti

Nasco a Narni nel gennaio del 1987. Dopo gli studi al liceo scientifico, mi laureo in Scienze della comunicazione alla Sapienza con una tesi su Nicolò Carosio, il primo radiocronista sportivo. La laurea specialistica in “Editoria multimediale e nuove professioni dell’informazione” arriva grazie ad una tesi sui talk show sportivi italiani. Sono un grandissimo appassionato di sport e del mondo della televisione, soprattutto della fiction italiana e dei programmi comici. Sono stato anche uno speaker in una web-radio.

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