Io, tra il terremoto vero e quello raccontato in tv


Il terremoto del 24 agosto vissuto in prima persona e attraverso il lungo racconto televisivo,


L’estate sta appassendo. Nelle Marche lo fa con il venticello serale che rimette in pace con il rumore della vita, con i paesaggi di colline sinuose. Terra di girasoli splendenti e campi che esplodono di verde lussureggiante, verso la fine degli anni ’60, tra le montagne di Arquata del Tronto si aggirava un goliardico Adriano Celentano.

Qui infatti, era arrivato Pietro Germi con la sua troupe per girare il film Serafino: tutti ad Arquata del Tronto erano stati attori per un giorno. Quando ci parlavi, gli anziani esibivano orgogliosi la loro esperienza di comparse, mentre i ragazzini di allora ricordavano la favolosa auto incendiata: “L’avevano bruciata davvero”, ripetevano con gli occhi ancora pieni di tanta sfavillante bellezza. Ti indicavano dove Germi e gli attori passavano il tempo libero: loro li avevano visti lì, i tipi del cinema. Adesso invece, chi ha il privilegio di poterlo fare, racconta di notti insonni, oscura incombenza di una terra che bolle incessante sotto i loro piedi.
È a pochi chilometri dal confine con il Lazio, Arquata del Tronto. Vicina a quell’accumulo di pietre a cui è ridotta Amatrice, borgo che ai romani ha sempre promesso rifugio dalle strade tumultuose della città. Pochi chilometri anche da Ascoli Piceno, dove il terremoto del 24 agosto ha tuonato con una violenza mai sentita prima. Dalla città lungo il territorio della provincia, nessuno di noi ricordava una scossa tanto lunga.
Alle 3.37 del mattino, i pavimenti hanno iniziato a tremare per un tempo indefinito. L’epicentro era vicino, e i muri sfuggivano dalle mani di chi cercava di aggrapparsi. I cassetti si aprivano, bicchieri e bottiglie cadevano, l’intonaco provava a cedere. Le luci delle abitazioni si sono accese una dopo l’altra.
Ci è voluta una notte fuori casa, in compagnia dei vicini, per capire quanto accaduto. Con internet rallentato, è dalla tv che sono arrivate le prime vere notizie. Il resto è noto: commenti di cordoglio, maratone televisive, una conta dei morti in continuo aggiornamento.

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Un incessante flusso di parole, metà delle quali inutili. Piuttosto uno speciale in meno, ma senza giornalisti che si ostinano a estorcere dichiarazioni a volti assenti.
Al telefono, i colleghi sul posto, a mezza voce, non si fanno problemi ad ammettere che tutto è diventato un teatro per cronisti in cerca di scoop. Magari, rinunciando a un’oretta di diretta, non sarebbero costretti a porre domande idiote pur di riempire lo spazio. Forse qualcuno potrebbe persino piangere il proprio dolore, senza doverlo condividere a favore di telecamera.
La narrazione televisiva dell’evento si è caratterizzata per un’incessante sequenza di dirette, dibattiti con ospiti in studio: una soap della “tragedia” dove l’informazione ha ceduto il passo al romanzo popolare, allo svisceramento del privato. La ricerca di storie di qualsiasi tipo, mentre intorno le case continuavano a crollare scossa dopo scossa.
Assistere all’elogio mediatico della solidarietà italiana, poi. Una solidarietà che dovrebbe preoccuparci, anziché farci battere il petto per parlare di grande paese. Perché certo, una mole di donazioni commovente, ma pure via obbligata con uno Stato che “s’indigna, s’impegna, poi getta la spugna con gran dignità”. Lo sanno in Irpinia, nel Belice, ce lo ricordano gli aquilani. Gli italiani hanno tanto interiorizzato questa solitudine davanti alle istituzioni che, anziché fidarsi, ormai si organizzano per conto proprio.

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Chi ha vissuto l’orrore di quella notte, e poi ha attraversato un giorno altrettanto lungo, non ha voglia di leggere polemiche becere da social network. Non è un caso che navigando in rete, i pomposi status di cordoglio arrivino proprio da chi non ha provato quella paura. Gli indignati si nutrono di razzismo strumentale da lontano: a differenza loro, su Facebook gli amici del posto condividono link di notizie, i numeri per le emergenze, le indicazioni per donare. 
La retorica gronda altrove: noi che continuiamo a tremare ogni volta che sentiamo una folata di vento sulle serrande, non abbiamo tempo per alimentare il nostro ego da utenti sensibili. Ce lo impedisce il pudore dei sentimenti. E pensare che, particolare non indifferente, noi stiamo ancora bel belli sotto i nostri tetti: ci vogliono tre quarti d’ora in auto, per raggiungere Arquata del Tronto da casa mia. Eppure, io il 24 agosto mattina ho pensato di morire: “È finita”, mi sono detta. Poco dopo, mi risuonava in mente il finale di Una vita violenta, dove Pasolini liquida il suo protagonista in poche parole: “tossì, tossì, senza più rifiatare, e addio Tommaso”. Ecco: io sarei potuta uscire di scena così, con la stessa rapidità. Sipario.
A 291 persone, almeno finora, è successo. La tv continua a tenere l’obiettivo puntato su Amatrice, Arquata del Tronto e Accumoli: intanto però, proprio nel giorno del lutto nazionale, dopo ore di immagini spesso superflue, Rai 1 è riuscita a trasmettere il Festival di Castrocaro

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