Soul System la nostra vittoria è la rivincita su Soler


Intervista al gruppo che ha vinto la decima edizione del talent show di Sky uno


Milano. “Siamo entrati a X Factor come la band della sagra della porchetta, ma alla fine siamo riusciti a far capire che avevamo davvero qualcosa da comunicare”. A parlare sono i cinque componenti dei Soul System, la band vincitrice della decima edizione di X Factor, il talent show canoro targato Sky. A poche ore dalla loro proclamazione ancora fanno fatica a credere che tutto sia davvero accaduto.

Don Juggy tiene stretto stretto il trofeo, prova materiale che non è un sogno. O meglio, è davvero un sogno che si è realizzato. Leslie, l’anima rap del gruppo, Joel, David e Alberto lo marcano stretto. Il loro percorso a X Factor era partito in salita, dopo l’eliminazione da parte del coach e giudice Alvaro Soler, che aveva preferito i Jarvis a questi cinque ragazzoni bresciano-veronesi. Ma il destino, la fortuna, o il “c…o”, come si lasciano scappare, ci ha messo lo zampino. I Jarvis che si ritirano tra le polemiche, i Soul System che vengono richiamati in gara… il resto lo sappiamo bene. Il sogno si è avverato, la favola ha avuto il suo happy ending…

Ragazzi, che effetto fa essere protagonisti di questa favola?
È un sogno che si avvera. Un sogno tanto più grande se si tiene presente il nostro percorso particolare fin dall’inizio di questa avventura. Dopo l’eliminazione abbiamo proseguito il nostro lavoro di musicisti in giro per locali, e quando siamo abbiamo ricevuto la chiamata dalla produzione in cui ci veniva annunciato il nostro ripescaggio ci siamo guardati in faccia e ci siamo detti: “I casi sono due: o lavoriamo sodo per andare in finale o non iniziamo nemmeno… abbiamo deciso di mettercela tutta, e ce l’abbiamo fatta.

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Quanto è stata faticosa questa avventura?

Tantissimo. Soprattutto perché abbiamo lavorato davvero sodo, forse più di chiunque altro, Dopo le puntate, stavamo in sala prove 10-12 ore. Il nostro producer ci diceva di provare 20 volte, noi abbiamo sempre provato almeno 60 volte, anche nelle condizioni più estreme per poter affrontare ogni situazione sul palco. Sapevamo di partire un po’ zoppi, quindi l’impegno da parte nostra doveva essere straordinario.

Quando avete capito che potevate vincere?

Solo quando abbiamo sentito Alessandro Cattelan pronunciare “Sooooooullll…”… le nostre avversarie sono fuoriclasse vere, indiscusse, mai avremmo potuto pensare di avere la meglio su di loro.

Cosa vi ha reso migliori di Rochelle, Eva e Gaia?

Migliori nulla. La differenza l’ha fatta forse il gran numero di serate che abbiamo sulle spalle. La gavetta aiuta e ti dà una sicurezza che quel palco ti toglie. Diciamo che ha vinto chi ha sbagliato di meno. La musica deve nascere da una passione più grezza, non motivata dalla TV. Se lo fai solo per avere visibilità, non vai da nessuna parte, perché la gente lo capisce. Devi essere mosso da un sentimento vero per la musica.

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Avete già ringraziato i Jarvis?

Gli porteremo un bel panettone per Natale (ridono, ndr).

A chi dedicate la vittoria?
Sicuramente alle nostre famiglie, che sono un grande punto di riferimento. Se abbiamo certi valori lo dobbiamo a loro, siamo stati cresciuti in maniera impeccabile.

Questa vittoria è anche un po’ una rivincita su Soler che vi aveva eliminati?

Beh, un po’ sì (ridono, ndr). Scherzi a parte, con Alvaro abbiamo lavorato benissimo e siamo felicissimi ci porti in tour per aprire i suoi concerti. È per noi un grandissimo onore. Siamo molto simili, noi e Alvaro, e ci sarà sicuramente un bellissimi rapporto di amicizia che ci legherà. Lui è una persona vera, umile, per nulla costruita. È vero come noi.

Che rapporto avete instaurato con gli altri giudici? Fedez, Manuel Agnelli, Arisa…

Abbiamo avuto la fortuna di conoscere questi grandi artisti prima che giudici. Tutti sono stati sempre molto cordiali, prima del lato artistico hanno sempre curato il lato umano. Siamo onorati delle parole che Manuel ha speso per noi, e felici dell’apprezzamento di Fedez. Arisa… l’abbiamo conquistata piano piano.

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Qual è il messaggio di cui vi farete portavoce con la vostra musica?

Unità, positività e tanta felicità. Vogliamo anche dimostrare a tutti che puoi creare cambiamento qualsiasi colore di pelle tu abbia e ovunque ti trovi. Se ti fai un culo così… puoi farcela.

Avete coniato dei veri e propri tormentoni a livello di linguaggio…

Ah sì. Il nostro motto è “Soul System, We Move The System”, mentre il nostro slogan è swagga, lo swag americano con in più la “a” africana, e significa avere stile a modo nostro.

Voi siete un incredibile messaggio culturale, un esempio straordinario di perfetta integrazione nella società italiana. Questo nasce anche dalle storie delle vostre famiglie?
Sicuramente i nostri genitori hanno gettato le basi, noi stiamo facendo il resto. I nostri sono stati tra i primi africano a giungere in Italia agli inizi degli anni ’80 e hanno faticato tanto per ritagliarsi un posto in questa società e soprattutto per regalarci un futuro concreto. Ci hanno trasmesso valori importantissimi di cui noi faremo sempre tesoro. Noi ora sentiamo di avere una grandissima responsabilità, fare uno step successivo a quello dei nostri genitori, ossia regalare qualcosa di più grande, che i nostri non si sarebbero mai aspettati. Siamo orgogliosi di essere africani e italiani. Siamo così proprio perché siamo entrambe le cose.

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Ci sono stati momenti difficili per voi, per via del colore della vostra pelle?
Jiggy: Nel 1987 ero l’unico nero a scuola, nel quartiere di Verona dove abitavo. Mi sentivo albino, per questo sono tornato in Africa dove mi sono diplomato in ragioneria e ho lavorato in banca per un po’. Mi sentivo africano ma la gente del posto non mi percepiva come tale. Mi vedevano strano: aspettavo la neve, capite?! Quindi sono tornato in Italia. E sapete qual è la cosa che mi fa ancora molto effetto? È che nonostante parli perfettamente l’italiano le persone mi chiedano ancora “di dove sei?”. Non c’è ancora il concetto, l’automatismo. E dirò di più: sono italiano ma sono ancora senza cittadinanza. La mia prima lingua il mio primo cibo la mia prima compagnia sono italiani. Ma non mi considerano ancora cittadino italiano. E non capisco perché…

Alberto, tu sei, come dicono i tuoi compari, un po’ la mosca bianca del gruppo…
In effetti all’inizio mi vedevo un po’ strano accanto a loro; poi però mi sono reso conto che l’amore per la musica era un collante così forte tra di noi che non ci ho fatto più caso. Siamo convinti che l’Italia sia pronta per un gruppo come noi. Vogliamo che sia la nostra musica a parlare e non il colore della nostra pelle.

Si può dire che abbiate vinto X Factor a dispetto della cecità del mondo della musica?
La nostra vittoria, il consenso di pubblico ci fa capire che il mondo musicale sta cambiando. Abbiamo sempre pensato di poter portare qualcosa di diverso in Italia e ora più che mai intendiamo farlo. Noi quando suonavamo ci siamo sempre messi nei panni anche di chi ti ascolta. La cosa importante è saper raggiungere, saper comunicare con gli altri. Tanti musicisti pensano al virtuosismo piuttosto che regalare emozioni. Siamo entrati a X Factor come la band della sagra della salsiccia, abbiamo poi dimostrato di aver tanto da comunicare…



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