Quel dolore televisivo universale che non rispetta i bambini



La tremenda strage del Connecticut negli USA ci ha fatto scoprire il dolore televisivo universale. E’ quella forma di sofferenza, veicolata dalle notizie e dalle immagini, che colpisce al cuore tutti, anche se arriva dall’altra parte dell’oceano e coinvolge in egual misura ogni target di pubblico superando qualsiasi diversità. Le tv e i quotidiani di tutto il mondo, compresi i siti web, hanno consacrato le prime pagine dei loro notiziari alla tragedia statunitense che ha colpito l’immaginario di tutti, come un pugno nello stomaco

Il piccolo schermo ha avuto un ruolo fondamentale nel rimandare da un capo all’altro del pianeta un’angoscia insopportabile, ancor più difficile da accettare perchè gratuita e incomprensibile nella sua efferatezza. Venti bambini falciati come birilli nel meccanismo di un gioco drammatico, madri che imploravano, straziate, che in quel mucchio di sangue innocente non ci fosse anche quello del proprio bambino. Tell me is not mine, gridavano al telefono appena saputa la notizia. Le immagini della chiesa in cui si è rifugiata quasi tutta la popolazione per essere più vicina ai poveri sventurati genitori ha fatto il giro dei Tg. E purtroppo sono state mostrate anche immagini di bambini sopravvissuti dal viso terorizzato che, a stento, riuscivano a pronunciare qualche  parola. Questo ha aggiunto orrore ad orrore, sofferenza a sofferenza. E ha dimostrato, ancora una volta, la mancanza  di rispetto verso l’universo dei minori, sempre più sfruttato per fini d’audience sul piccolo schermo.

La verità è che i telespettatori sono stanchi di assistere impotenti al dolore dei bambini tragicamente mostrato con dovizia di particolari. E’ già immensamente difficile riuscire ad accettare l’idea di gesti criminali come la strage del Connecticut. Sono eventi che mettono a dura prova la sopportazione dell’animo umano che vorrebbe risposte purtroppo inesistenti. Sono eventi che colmano la misura della sofferenza, il dolore raggiunge l’acme, il punto più alto, tutto il resto è come se venisse rigettato perchè non lo si riesce a concepire più come dolore accettabile.

In questo contesto si giustifica la scarsa audience racimolata, venerdì sera, dalla prima serata dedicata a Telethon. Il charity show di Rai1 con Fabrizio Frizzi era dedicato ai bambini affetti da malattie genetiche. Alcuni erano presenti in studio, come il piccolo Gabriele. Di altri è stata mostrata la storia, struggente, commovente, trattata, bisogna sottolinearlo, senza alcuna retorica, ma con rispetto e grande umanità. La vicenda di Nicolas, sabato sera, ha emozionato mezza Italia: il bambino si trova in uno stato vegetativo, non parla e non riesce neppure a nutrirsi.

Ma gonfi di quel dolore universale proveniente da oltre oceano, gli spettatori italiani non sono stati in grado di assimilare altro dolore. Semplicemente lo hanno accettato, ma hanno anche cercato una momentanea via d’uscita a quella tristezza cosmica  e struggente che da giorni spezzava il respiro e bloccava il telecomando sulle immagini del Connecticut.  E l’hanno trovata in programmi alternativi più leggeri. Nessuno se la sente di criticare scelte dettate esclusivamente dall’istinto di sopravvivenza alla tv cosmica del dolore.



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