Museo Italia, positivo il bilancio del programma


riflessioni sul ciclo di trasmissioni dedeicate alle bellezze italiane


Rimpiangeremo il suggestivo viaggio che dall’11 marzo stiamo facendo con Antonio Paolucci, appassionato studioso del Bel Paese. Otto tappe, otto puntate su Rai5, una trasmissione che si intitola “Museo Italia” e che ci ha portato ogni mercoledì in prima serata ai Capitolini e alla Galleria Borghese, per due volte nei Musei Vaticani, che Paolucci dirige dopo essere stato sovrintendente a Firenze e ministro dei Beni Culturali.

E, ancora, due volte nel capoluogo toscano, poi nel cosiddetto “museo diffuso” (quell’Italia minore che a ogni pietra miliare, a ogni chilometro offre una meraviglia), per concludersi, ieri, “Nel raggio di Piero della Francesca” e dunque ancora in territori non invasi dalle masse turistiche abbagliate dal solito trinomio Venezia-Roma-Firenze eppure culla del Rinascimento.

Puntata paradigmatica, quella conclusiva. PerchĂ© Paolucci si è confrontato con uno dei maggiori pittori di tutti i tempi. Ma lo ha “inseguito” in un cerchio dalla circonferenza non troppo lunga: la Toscana e le Marche divise dall’Appennino e contigue all’Umbria. Un territorio, ha osservato lo storico dell’arte, dove in un arco di tempo ristretto sono nati e hanno agito i fondatori della cultura umanistica, italiana e poi europea. E infatti – ha detto spaziando lo sguardo sulle colline dalla silenziosa Cappella della Misericordia, a Sansepolcro, che conserva l’omonimo Polittico di Pietro della Francesca in quel borgo nato – “Caprese, cittĂ  natale di Michelangelo, è a 25 chilometri da qui, mentre Urbino, al di lĂ  dei monti, diede i natali a Raffaello. Il quale, con Pinturicchio, Perugino, Paolo Uccello, operò nella attigua Umbria.

Museo Italia: Gli Uffizi di Firenze

In luoghi appartati, che squadernano capolavori, ci ha condotto Paolucci, con suo andare lento e sapiente, con il parlare quieto e suggestivo insieme, con un guizzo nello sguardo durante gli snodi più carismatici del suo racconto, con il linguaggio vivissimo delle mani. E con una perfetta adesione ai tempi televisivi, che ha saputo dare ritmo alla narrazione. Che mai è stata dottorale, piuttosto adeguata ai sentimenti e alla sensibilità attuale, anche linguistica.

Per esempio, del mantello della Madonna della Misericordia dice che è un “hangar monumentale”. Dei soldati addormentati sotto la figura immanentissima di Cristo nella “Resurrezione” osserva che sono disposti come “quattro spicchi di una mistica arancia aperta”. Davanti alla Madonna del Parto, nella chiesina di Monterchi, recita in latino l’Ave Maria, e ha più forza quel “benedetto il frutto del ventre tuo, Gesù” e chiama la Vergine “sorella” di tutte le donne incinte che si inginocchiarono e si inginocchiano di fronte a lei. Ancora, Urbino è “la città palazzo, capolavoro di artificio, macchina matematica di melodiosa precisione”. S’affaccia dal giardino segreto del Palazzo Ducale, il professor Paolucci, e, curvo per l’età ma pregno di entusiasmo, s’incanta e ci incanta seguendo il profilo delle colline, quello degli alberi, e l’azzurro del cielo, insomma il fascino solo italiano.

Davvero il ciclo di Rai5 è stato servizio pubblico. Dove non contano gli ascolti, ma la lezione civile e civica allo Stivale e al mondo intero. E ne attendiamo il ritorno con altre nuove puntate, magari al Sud.



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