Francesco il Papa della gente la recensione


Riflessioni critiche sulla miniserie in onda su Canale 5 che percorre la vita personale e religiosa del Pontefice


 E’ sempre difficile esprimere giudizi su una fiction che ripercorre la vita di un Pontefice ancora operante. E’ ancor più difficile se si considera che il racconto televisivo ha la pretesa di abbracciare tutta la vita del protagonista la cui figura emerge, in maniera totalizzante, in ogni piega della sceneggiatura. La prima puntata della miniserie Francesco il papa della gente, in onda il 7 dicembre su Canale 5, è apparsa come l’apoteosi del Pontefice che ha legato la sua immagine alla vicinanza con la gente comune, con i poveri, i derelitti, i sofferenti. Elementi ben sottolineati fin dalle prime scene.

 Ripercorrere la vita personale e religiosa di un personaggio di tale spessore nasconde un’insidia tremenda: il rischio di abdicare all’imparzialità e di cadere in una retorica buonista che sempre accompagna il racconto televisivo made in Italy.E sia gli sceneggiatori che il regista Daniele Luchetti sono caduti nella trappola. 

La prima parte della miniserie è stata dedicata principalmente alla formazione giovanile di papa Francesco: la trama scorreva lenta e quasi monotona, ingabbiata in ritmi rallentati a simboleggiare la crescita progressiva della vocazione. Una vocazione concretizzatasi in un rapporto stretto con coloro che il Vangelo chiama “gli ultimi” ma che, nel contempo, lo ha allontanato dai confratelli, poco coinvolti nel dramma della popolazione argentina sotto la dittatura di Videla.

Gli anni dei desaparecidos, delle madri di Plaza de Mayo, degli arresti e delle torture ai dissidenti del regime, sono stati solo accennati, rimasti al margine, relegati in poche immagini approssimate e superficiali. Le madri coraggio, almeno nella prima puntata, hanno subito la medesima sorte: a loro sono state dedicate solo pochissime inquadrature. La realtà in cui viveva il popolo argentino, la quotidianità terribile nella quale nessuno si sentiva al sicuro, hanno fatto solo da cornice al racconto nel quale si è inserita, potente e solitaria, la figura di Bergoglio allora giovane Provinciale dei Gesuiti.

Nella miniserie è soltanto lui a incarnare il prete al servizio del popolo: tutti gli altri religiosi appaiono indifferenti a quanto accade intorno a loro. Solo un esempio: il Cardinale, dal quale si è recato in visita il futuro papa, degusta voluttuosamente dolcetti al pistacchio ed invita il suo ospite a fare altrettanto: simbolo evidente di come la Chiesa sia distante dalla sofferenza della popolazione argentina, alcuni religiosi sono addirittura accusati di delazione.

La regia di Daniele Luchetti ha sottolineato la figura papale, l’ha seguita attentamente, l’ha fatta emergere in tutta la spiritualità senza nessuna concessione al dubbio, all’incertezza, ad un attimo di perplessità. Un vero e proprio omaggio al Papa in occasione del suo ottantesimo compleanno che cade il 17 dicembre. Un omaggio al Pontefice che ha rivoluzionato l’approccio tradizionale con i fedeli e si è trasformato in un simbolo di modestia a livello planetario.

Ma non veniteci a dire che la miniserie prodotta da Pietro Valsecchi è strutturalmente valida. E’ solo superficiale, nonostante il budget di 15 milioni di euro e gli sforzi degli attori, primo tra tutti Rodrigo de la Serna che impersona papa Francesco da giovane.



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