Dalida il tv movie su Rai 1 la recensione


Riflessioni sul tv movie andato in onda su Rai1 per raccontare la vita di Dalidà a 30 anni dalla morte

 Una sceneggiatura superficiale e flebile che si è limitata a raccontare in rapida successione, gli eventi principali della vita della protagonista. Un racconto freddo, senz’anima, senza calore umano, senza quell’amore, rincorso disperatamente dalla grande artista per tutta la vita.

Il tv movie Dalida, andato in onda su Rai1 il 15 febbraio in prima serata, ha perso una grande, grandissima occasione: puntare sulla straordinaria somiglianza di Sveva Alviti (l’attrice che impersona la cantante) per realizzare un prodotto in grado di coniugare la parte di personaggio pubblico della diva con sua travagliata interiorità. Confusa fra i lustrini del successo, la spasmodica ricerca di un motivo per il quale vivere. Il film, arrivato in Francia nelle sale cinematografiche lo scorso 11 gennaio, mancava proprio di vita: della vita piena di dolori, di sofferenze e di angosce di una donna sola. Una donna che alla fine si è arresa ad un destino inesorabile.

Tutto è apparso lontano, troppo lontano dall’intimo dramma di Dalida. Persino il suo rapporto con Luigi Tenco e il suicidio del cantante sono stati affrontati frettolosamente, quasi fossero passaggi obbligati nel racconto, o peggio, quasi fossero atti dovuti alla coproduzione di Rai Cinema e quindi all’Italia. Quel legame con Tenco, ha influito in maniera determinante nell’esistenza di Dalidà ed è apparso quasi un sacrilegio liquidarlo in poche scene. Si poteva, invece, benissimo evitare l’immagine del corpo di Tenco pieno di sangue nella sua camera d’albergo a Sanremo dove il ventisettenne cantante si uccise dopo aver cantato Ciao amore ciao.

Il biopic non ha mantenuto le aspettative della vigilia. E non crediamo siamo rimasti delusi solo gli spettatori italiani. Anche i francesi che pure hanno amato tanto Dalida, non devono aver accettato lo scorrere vacuo degli eventi in un contesto recitativo che ha lasciato parecchio a desiderare.

Sveva Alviti ha cercato di impegnarsi al meglio. Però, senza il supporto di una scrittura adatta, non è riuscita nell’intento di rappresentare Dalidà. Il tentativo di comunicare sogni, dolori, angoscia, solitudine, e soprattutto la pena di vivere, si è infranto contro la superficialità che regnava sovrana nel biopic. 

La componente musicale è stata assicurata dalle canzoni del vastissimo repertorio dell’artista nata a Il Cairo e trasferitasi successivamente in Francia. Abbiamo ascoltato da Ciao amore ciao a Bang bang, fino alla versione francese di Parole parole, parole, solo per citare alcuni dei brani che hanno rappresentato la parte migliore del film.

Riccardo Scamarcio, nel ruolo del fratello dell’artista, ha fatto il cosiddetto “minimo sindacale”. Solo tratteggiate superficialmente anche le figure di molti dei personaggi che ruotavano intorno alla protagonista.

Infine: nella ricorsa a raccontare le fasi salienti della vita di Dalida, molti passaggi sono apparsi addirittura poco comprensibili.



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