I fantasmi di Portopalo, la recensione


Riflessioni sulla prima puntata della miniserie interpretata da Beppe Fiorello e in onda su Rai1.

I buoni sentimenti, le emozioni forti, il senso di giustizia: sono alla base delle storie televisive interpretate tradizionalmente da Giuseppe Fiorello. Non fa eccezione I fantasmi di Portopalo, la miniserie di cui è andata in onda la prima puntata lunedì 20 febbraio. Eravamo su Rai1, la casa privilegiata scelta dall’attore per riproporre, fiction dopo fiction, vicende di impegno civile.

Un impegno sempre valido e apprezzabile purtroppo standardizzato in una recitazione che non offre più niente all’immaginazione. Che sia Salvo d’Acquisto o Saro Ferro, il protagonista de I fantasmi di Portopalo, Fiorello junior si pone, staticamente, sempre dalla parte dei giusti che, anche se sbagliano, poi si pentono e si avviano sulla via del riscatto e della redenzione.

La miniserie in esame, a differenza del suo uomo migliore, oscilla tra il bene e il male. Oltre che il forte contenuto sociale, in un momento in cui il problema migranti è una delle emergenze sociali, I fantasmi di Portopalo punta spiccatamente sul valore della famiglia in cui Saro è padre e marito esemplare. Ma Saro è anche un pescatore modello che, con un guizzo di dignità, riesce a riscattare i suoi cinque anni di silenzio sul tragico naufragio della notte di Natale del 1996 in cui morirono 283 persone. Peccato che non abbia i tratti caratteristici del pescatore. Il suo volto contrasta con quelli degli altri “colleghi”, non è consumato dal sole e dalla salsedine marina. E non basta una canottiera e una camicia aperta sul villoso torace, per imprimere a Fiorello junior il marchio dell’uomo di mare. Viene in mente la fiction Il sindaco pescatore nel quale un troppo sofisticato Sergio Castellitto interpretava poco credibilmente, Angelo Vassallo, primo cittadino di Pollica, piccolo centro del salernitano, ucciso dalla camorra.

Fiorello junior, però, riscatta la sua staticità recitativa con il dialetto siciliano in cui si trova a suo agio. E ne fa sfoggio con consapevolezza e competenza.

Un altro volto “cittadino” della fiction è, questa volta, a ragione, quello di Giuseppe Battiston che interpreta il giornalista Sanna a cui Saro Ferro racconta la sua storia. Un Battiston credibile ha attraversato tutta la vicenda con consapevolezza e senso di responsabilità. Ci è anche piaciuta la perfetta equità tra il pescatore e il giornalista che la sceneggiatura ha fatto agire ad armi pari.

Tutto il resto, però, è apparso abbastanza didascalico e scontato. Il racconto, quasi scolastico della tragedia, si è subito proiettato verso la scoperta della verità, non prima di passare attraverso sofferenze e dolori, morti e misteri. Molto è stato sceneggiato per obbedire alle regole della fiction. E nella storia ha trovato posto anche l’ambizione della giovane figlia del pescatore che sogna un futuro nel mondo dello spettacolo, lontana dalle barche e dalle reti in cui si impigliano cadaveri.

Infine i luoghi della fiction: nonostante una accettabile ricostruzione, gli esterni non hanno offerto alcun appeal aggiuntivo al racconto. Si poteva fare di più, magari con un maggiore impegno economico finalizzato a migliorare la resa del prodotto e non il conto in banca dei protagonisti.



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