RomaFictionFest 2016 la presentazione della serie Di padre in figlia


Arriva “Di padre in figlia”, la fiction n 4 puntate di Rai Uno presentata in anteprima al Fiction Fest di Roma.

 “C’è una rivoluzione epocale che è partita da Bassano del Grappa, ma la Storia non lo rivela. E’ venuta l’ora di occuparsene”, dice una delle sceneggiatrici di “Di padre in figlia”, la fiction n 4 puntate di Rai Uno presentata ieri in anteprima al Fiction Fest di Roma. L’opera, che doveva uscire questo autunno ma la cui trasmissione è stata rimandata alla prossima primavera, ovviamente in prima serata (si dice anche per permettere la partecipazione alla kermesse romana in svolgimento al The Space Cinema Moderno) è di quelle che si qualificano subito di gran lusso. Il soggetto di serie è di Cristina Comencini, il cast sfodera tra gli altri Alessio Boni, Cristiana Capotondi, Stefania Rocca, Denis Fasolo, la regia è firmata da Riccardo Milani, la produzione è di Bibi Film di Angelo Barbagallo per Rai Fiction.

Perché la rivoluzione epocale evocata da Francesca Calenda, affiancata da Francesca Marciano e Valla Santella? Perché “Di padre in figlia” racconta la storia di una famiglia di imprenditori veneti dagli anni ’50 agli Ottanta passata gradualmente dallo scettro di un padre-padrone, Giovanni Franza, a quello delle tre figlie femmine, nonostante appunto il patriarca che produce grappa e ha spicci modi per affermarsi, abbia puntato tutto sul figlio maschio, Antonio, nato con una gemella all’ultima gravidanza della rassegnata moglie, che si adatta a un matrimonio per lei senza slanci. Insomma, una fiction sull’imprenditoria al femminile, che peraltro fa pensare a un modello reale, quello della famiglia Nonino, che produce grappa in Friuli, è ottimamente gestito dalle tre figlie, ancorché da una madre entusiasta e da un padre di magnanime idee, a differenza del personaggio televisivo.

di padre in figlia cavallin capotondi

                                            Francesca Cavallin e Cristiana Capotondi

Al Fiction Fest il cast ha calcato felicemente il red carpet, ha avuto l’ovazione del pubblico, è salito sul palco con il produttore, preceduto da un gasatissimo Pippo Baudo che ha presentato il Premio Carlo Bixio, indirizzato a giovani soggettisti e sceneggiatori.

Poi sul grande schermo è passata la prima delle quattro puntate, cento minuti di spettacolo nel quale abbiamo visto Giovanni Franza esultare per la nascita dell’atteso figlio maschio, la moglie sempre più scontenta per le frequenti escursioni del marito nella casa di tolleranza, la primogenita Maria Teresa, sensibile e intelligente, soffrire del disinteresse che le mostra il padre, il socio di Franza inventare un metodo di invecchiamento che fa della sua grappa la migliore sul mercato.

Passano dieci anni, siamo nel ruggente Sessantotto, i mangiadischi rilanciato le canzoni di Patty Pravo e dei Rokes, e le più grandi delle ragazze Franza mordono la vita, rincorrono modelli che il padre non riesce a ingoiare: una, sessualmente emancipata (l’esuberante Matilde Gioli) si fa mettere incinta, l’altra, dopo l’ottima maturità, chiede di frequentare la facoltà di Chimica all’università di Padova, nonostante il capofamiglia ritenga che la cosa migliore per lei, donna, sia fare la maestra.

di padre in figlia

Ambientazione a Bassano del Grappa, colonna sonora, taglio registico sono azzeccati, con ritmi piani che strizzano l’occhio alla buona narrativa.

Il cast regala un’ottima prova. Giganteggia il Giovanni di Alessio Boni, impareggiabile mentre schiocca la lingua per assaggiare la sua acquavite allo stesso modo col quale, a letto, in maglia della salute, va all’assalto alternativamente della prostituta prediletta o della moglie.

Stefania Rocca è una madre irreprensibile, che ha i suoi fremiti segreti quando riceve dal parroco una lettera dal Brasile, scritta da un suo amore giovanile che non ha mai dimenticato. Asseconda, la misurata signora, le inclinazioni delle figlie maggiori, anche quando si tratta di consigliare quella incinta di tenersi il figlio ma di non sposarsi.

Cristiana Capotondi è una delicata e insieme tesa Maria Teresa, primogenita tanto riflessiva quanto intellettualmente profonda.

Dove però “Di padre in figlia”, almeno nella prima puntata, non convince è in certi snodi della sceneggiatura, poco credibili, nello stile soap opera. Ne soffre soprattutto la figura della prostituta, una pur intensa Francesca Cavallin: ha chiesto un prestito a Giovanni per comprarsi una macchina da cucire grazie alla quale abbandona il “mestiere” e diventa sarta raffinata, con atelier sotto i portici di Bassano.

Legge i poemi omerici, la signorina. Diventa complice a amica della moglie di Franza, che supera l’irritazione per gli amplessi del marito nel bordello e addirittura chiede alla redenta di insegnarle a leggere e scrivere, soprattutto per rispondere alla lettera del vagheggiato uomo emigrato trent’anni prima in Brasile…

Sono ingenuità che forse servono a far progredire il plot, a suggerire altri accostamenti, come la battaglia della veneta Merlin per l’abolizione delle case chiuse. Però inficiano in parte un’operazione che potrebbe soddisfare di più il pubblico del piccolo schermo.



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