Una buona stagione, la recensione



Tutti gli ingredienti propri delle soap opera e delle ultime fiction targate Rai1 e Canale 5 fanno da sfondo a Una buona stagione, la serie iniziata sulla principale rete di viale Mazzini il 1 aprile. In sei puntate viene raccontata la saga di una famiglia proprietaria di un’azienda vinicola sull’orlo del fallimento.

 L’impatto è stato più che deludente. Innanzitutto la fiction strizza l’occhio chiaramente a Una grande famiglia andata in onda lo scorso autunno su Rai1 con Stefania Sandrelli e Alessandro Gassman. Due i primi elementi a cui Una buona stagione si è ispirata: innanzitutto il ritorno di Andrea Masci, figlio dei proprietari dell’azienda vinicola in difficoltà che riappare dopo dieci anni di assenza apparentemente ingiustificata. Era accaduto anche ad Edoardo Rengoni il personaggio di Alessandro Gassman in Una grande famiglia. Naturalmente anche Andrea aveva le sue buone ragioni per sparire. Nasconde un segreto, una colpa. Inoltre, ancora una volta due fratelli si contendono la stessa donna: era accaduto in Una grande famiglia e accade anche in Una buona stagione.

Il cast della serie ha mostrato una recitazione poco credibile, una immedesimazione nei ruoli quasi inesistente. Faceva grandi sforzi persino Jean Sorel per calarsi nel patriarca della famiglia Michele Masci. E la moglie Emma, interpretata da Ottavia Piccolo, evocava la matriarca di Una grande famiglia a cui dava il volto Stefania Sandrelli.

C’era sullo sfondo anche un altro fantasma, cinematografico questa volta: molte atmosfere ricordavano il film Un’ottima annata, interpretato da Russel Crowe nel 2006. Un vano tentativo di imitazione di alcuni contenuti, miseramente fallito, non fosse altro che per la credibilità delle interpretazioni.

Ancora: ricordate Rosso San Valentino? Era una serie andata in onda lo scorso anno sempre su Rai1 e basata su una azienda cosmetica che rincorreva la formula di un profumo particolare e segreto. Il tutto condito dagli stessi ingredienti: amori e passioni, corsa al successo, “pericolose relazioni sentimentali”  in famiglia e fuori. Ebbene anche in Una buona stagione c’è la rincorsa ad una formula particolare: quella di un vino ottenuto da uve di un raro e pregiato vitigno. Una “formula” magica che sia i proprietari, sia alcuni dei figli hanno rincorso, ma inutilmente. Fino a quando arriva Andrea, il redivivo.

Insomma, gli sceneggiatori non si sono stancati troppo: hanno pescato in una melassa televisiva già asfittica e satura, gli ingredienti più scontati, li hanno rimescolati senza darsi pensiero dei risultati. Avevano la certezza che il pubblico di Rai1 avrebbe “abboccato” nonostante il contenuto non fosse per niente “amabile”. E per restare nel linguaggio vinicolo, alla fine, il sapore di Una buona stagione era proprio “allappante” (Sensazione sgradevole provocata da quei vini troppo astringenti per eccesso di tannini o acidità, sostanze che si legano alle proteine della saliva dando una sensazione di asciugamento delle mucose.)

Dimenticavamo: qualcosa di positivo c’è: il paesaggio. Ma non l’hanno creato gli sceneggiatori.



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