Marzio Onorato: “grazie a UPAS riceviamo mail anche dal Vietnam”


Intervista all'attore presente nella soap fin dalla prima puntata


“Mi considero un artigiano giornaliero del mio mestiere, un attore che vive quotidianamente e con soddisfazione, il proprio lavoro“. Poi racconta di essere stato protagonista del primissimo ciak di Un posto al sole, nel ruolo di Renato Poggi. Da quel giorno, il 21 ottobre del 1996, Marzio Onorato convive felicemente con il suo personaggio nella fiction più longeva made in Italy. In una pausa delle riprese, incontriamo l’attore che, nonostante sia tradizionalmente schivo a parlare di se, svela particolari inediti della sua personalità e del suo lavoro.

 Lei è stato uno dei primi a credere nelle potenzialità di Un posto al sole. Come è arrivato a recitare nella soap?

Fui subito interessato dal format e dalle modalità di lavorazione. Capii che si sarebbe affermato come prodotto di qualità. In un periodo in cui il Centro di produzione Rai di Napoli sembrava in crisi e forse destinato a chiudere, UPAS ha rappresentato, grazie all’intuizione di Giovanni Minoli che ne fu promotore, la spinta vitale per una rivincita del territorio e delle maestranze locali. Così sostenni un provino e mi calai subito in Renato Poggi.

Quanta interazione c’è tra lei e il suo personaggio?

Fortunatamente Poggi non è inquadrato in rigidi schemi di scrittura: questo mi consente di conferirgli un quid particolare mutuato proprio dalla mia personalità e dalla mia carriera teatrale e cinematografica. Insomma gli regalo, giorno dopo giorno, qualcosa di me. E lui, nella sua evoluzione temporale, in 18 anni, è maturato positivamente, in atmosfere a metà strada tra la commedia e i toni più seri.

Qual è il suo metodo di lavoro sul set?

Vivo quotidianamente il mio lavoro. Ogni giorno recito le battute che mi competono, subito dopo, la mia mente, come un computer, le cancella per fare spazio al file successivo. Il mestiere dell’attore è duro, ma consente di comunicare in maniera positiva con il pubblico. Come accade in Un posto al sole.

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Che significa lavorare in una lunga serialità televisiva?

Le dico, innanzitutto, che io mi sentirei perso senza Un posto al sole. Ma non da un punto di vista economico. La soap per me significa molto di più. Ogni giorno porto sul set la mia energia e la scarico in una interazione positiva con il pubblico e tutto il cast. E lancio così il mio messaggio. Recitare in una lunga serie implica un rapporto quotidiano con il proprio lavoro, molto differente dagli impegni di un attore comune che, magari, dopo aver girato un film o una fiction, si ritrova dinanzi un periodo di inattività prima del prossimo progetto.

A suo parere, perchè i napoletani amano tanto Un posto al sole?

Il segreto è nella coralità della nostra recitazione. Il telespettatore percepisce che tra di noi attori non esistono gelosie professionali. Io sono il meno giovane del cast, ma tutti, indistintamente, lavorano in sintonia e in spirito di collaborazione, senza distinzione di età. Mai un diverbio per qualche battuta in più.

Crede che la soap abbia contribuito a migliorare l’immagine di Napoli nel mondo?

Ne sono certo. Un posto al sole arriva ovunque. Noi riceviamo mail persino dal Vietnam. E oltre oceano è divenuto un prodotto di punta made in Italy. Quando abbiamo girato a New York, la gente ci fermava per strada chiedendo autografi e foto. Mi sono sentito Al Pacino o De Niro. Non le nascondo che mi sono sentito orgoglioso.

Ha progetti oltre Un posto al sole?

Per adesso non penso al teatro. Sarò nel cast di un cortometraggio dal titolo Il continente fantasma di Marco Maria De Notaris. E’ la storia di due trentenni che cercano di trovare il proprio futuro. Interpreto un professore universitario. Inoltre ci sono progetti con la mia casa di produzione.

Ci spiega meglio?

Con Germano Bellavia, il Guido Del Bue di Un posto al sole, abbiamo creato una casa di produzione che, per adesso ha realizzato Sodoma, l’altra faccia di Gomorra. E’ difficile per le realtà napoletane farsi strada nel mondo del cinema.

Fuori dal set

La sua opinione sull creatività partenopea impegnata sul grande schermo è dunque negativa?

Al contrario. Esiste un filone molto divertente. Ma, a causa della crisi che penalizza le piccole realtà, è difficile approdare al cinema. La verità è che se non si hanno nel cast star del calibro, ad esempio, di Alessandro Siani, tutto diventa estremamente complicato. Molte produzioni avrebbero bisogno di un supporto che, invece, manca.

Però c’è stato il caso di Sorrentino e La grande bellezza.

Alla indiscutibile bravura, Sorrentino ha unito la fortuna di trovare un produttore che ha creduto nel suo progetto. Il Sud è ricco di grandi intuizioni e di creatività, ma purtroppo, molti film sono destinati a incassare pochissimo.

Quali sono i programmi che preferisce in tv?

Non perdo una puntata di Crozza nel paese delle meraviglie, Seguo telefilm come Castle e NCIS e alcuni tg, tra cui il Tg La7.

 L’ultimo libero che ha letto?

Sto leggendo Il lancio perfetto scritto da Francesco Pinto.



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