Paolo Jannacci: In concerto con Enzo su Sky Arte


Intervista al figlio del cantautore scomparso che ripropone le canzoni del padre


Si chiama In concerto con Enzo, il programma che Sky Arte trasmette domani sera, 3 giugno in prima serata. Protagonista Paolo Jannacci, il figlio del grande cantautore Enzo Jannacci che propone una serata di musica, jazz e canzoni d’autore. Si tratta di brani del genitore che reinterpreta con l’ausilio di Stefano Bagnoli  (Batteria e percussioni) Marco Ricci (Contrabbasso e basso elettrico) Daniele Moretto (Tromba / Flicorno e cori) Sergio Farina (Chitarra). Abbiamo incontrato Paolo Jannacci che ci spiega la genesi di In concerto con Enzo.

 Innanzitutto come è nata l’idea della serata?

Circa un anno e mezzo fa io e i ragazzi che mi seguono, abbiamo avvertito il desiderio di interpretare i brani cari a mio padre. Ma a supportarci nell’idea di realizzare una serata è stato il pubblico che desiderava, quanto noi, riascoltare brani famosi portati al successo da papà. Ho provato a cantarli, e tutto è stato semplice e naturale. Il primo brano che ha fatto da test è stato Vincenzina, poi sono seguiti tutti gli altri.

Che è accaduto, successivamente?

Abbiamo realizzato un prodotto musicale nel quale il 60% è composto da canzoni note di mio padre, il restante 40% di canzoni che lui cantava di meno: tra queste Messico e nuvole, Musica, Io e te. Noi le abbiamo inserite. Io stesso ho curato il montaggio del concerto e l’ho proposto a Sky Arte che adesso lo trasmette. Purtroppo ho dovuto taglìare circa una ventina di minuti, compresi alcuni brani miei, perchè la lunghezza eccedeva i limiti di tempo del programma tv.

Come è strutturato l’evento?

Inizio io suonando il piano, man mano che si va avanti traduciamo la musica in immagini cominciando a interpretare i brani di papà, Ma poi l’atmosfera cambia, e il concerto diventa un vero e proprio “salotto musicale”  con la grande partecipazione del pubblico.

C’è un brano di suo padre al quale è legato in maniera particolare?

Direi Musical: lo conoscono in pochi, ma è “jannacciano” per eccellenza. Esprime il suo modo di interpretare la musica e la vita. Quando papà la stava scrivendo, io avevo circa otto anni e partecipavo emotivamente, in maniera totale alla creazione di un testo che ha contribuito alla mia formazione.

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Quando suo padre componeva chiedeva mai pareri sui testi e la musica?

Se sentiva dentro di se che una canzone era giusta, procedeva spedito. Ma se qualcosa non lo convinceva era aperto a suggerimenti. Accadde una volta con La fotografia: lui voleva che fosse un testo assolutamente poetico. Ma avvertiva un quid che non lo convinceva. Così chiese a Giorgio Gaber, grande amico di famiglia, di ascoltarla. Gaber riuscì a trovare quello che non convinceva mio padre e lui gliene fu grato. Era felicissimo.

Con quel brano partecipò al festival di Sanremo

Si, era il 1991 e vinse il Premio della Critica. A Sanremo partecipò ancora nel ’94 e nel ’98: io suonavo con lui. Nel ’98 con Quando il musicista ride vinse il Premio come miglior testo.

Quanto le ha trasmesso suo padre nell’ambito musicale?

Mi ha insegnato, fin da piccolo, il rispetto per la musica. Non permetteva mai che giocassi con gli strumenti. Mi ha trasmesso il desiderio di comunicare, di parlare della vita, esprimendo sentimenti contrastanti: gioia e tristezza, ma sempre in maniera poetica. La musica è comunicazione legata alla propria anima e alla propria sensibilità individuale.

Progetti futuri?

Suonare dal vivo mi dà gioia, e voglio continuare. Ma desidero anche comunicare con la mia voce: una maniera per sentirmi ancora più legato a papà.



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