Don Matteo, il prete dei record: i motivi del successo


Riflessioni sul gradimento del prete detective di Rai1


Preti, medici, carabinieri, polizotti, hanno sempre conquistato il gradimento della vasta platea televisiva. Don Matteo, il sacerdote detective interpretato da Terence Hill, non fa eccezione e il suo successo si inquadra in questo trend da sempre vincente. Ma non basta una tale considerazione a giustificare l’audience di una serie che, giunta alla nona edizione, continua ad attrarre, come una calamita, il pubblico su Rai1.

 Ci sono motivi molto più profondi. Innanzitutto la precarietà del periodo storico nel quale viviamo. Tutto intorno a noi è diventato fragile, instabile, traballante, dalla famiglia alla politica, dallo spettacolo alla società. Gli italiani sono circondati da un’insicurezza che investe ogni campo della vita. Una fascia sempre più ampia dei nostri concittadini non ha neppure la certezza di poter arrivare con stipendi e pensioni a fine mese. Il piccolo schermo ci travolge, oramai quotidianamente, con storie di cronaca nera, di violenza e di morte sfruttate spudoratamente a fini d’audience. Programmi inchiesta come Le iene show sbattono sotto i riflettori vergognose vicende di preti pedofili. Gli scandali religiosi  hanno fatto il giro del mondo diventando breaking news sui notiziari di mezzo pianeta.

In questo clima difficile ritorna Don Matteo, trasferitosi da Gubbio a Spoleto. Un prete rassicurante, dai modi gentili e familiari con un debole per le investigazioni. Due qualità assolutamente singolari che, sommate in un solo individuo, rappresentano un faro di speranza. Innanzituuto perchè la realtà rimanda oramai quasi esclusivamente casi di cronaca nera rimasti insoluti che, proprio per questo motivo, vengono cavalcati con insopportabile voyeurismo in tutte le principali trasmissioni. Un Don Matteo di supporto alle forze dell’ordine rappresenta il sogno proibito di ogni italiano sconcertato dinanzi allo sciacallaggio compiuto dai mass media sui vari casi Poggi, Rea, Ragusa, Gambirasio, solo che citarne alcuni. Don Matteo è il sacerdote della chiesetta accanto, punto di riferimento nell’immaginario collettivo di una platea televisiva che, per due ore abbandona la squallida realtà, per entrare, virtualmente, in una società più equa e giusta, che assicura sempre i colpevoli alla giustizia.

E per farlo non ricorre ai sofisticati mezzi scientifici, ma all’intuito di un uomo che alla fine non riesce a guardare con disgusto l’assassino messo alle strette. Anzi per il colpevole ha sempre una parola di commiserazione e l’invito a rivedere la propria vita e il delitto commesso all’insegna del riscatto e della fede.

Eppure ad uno sguardo attento e critico, la recitazione di Terence Hill  non spicca per eccellenza. E’ quella, a volte anche monotona, di un attore abituato a calarsi nel suo personaggio da anni. Terence Hill è statico nei gesti, nelle espressioni, nel comportamento. Intorno a lui si muove un universo sempre uguale a se stesso, la piccola provincia italiana circoscritta agli ambienti nei quali si svolgono le vicende di ogni puntata. Non ci si preoccupa neppure di allargare le inquadrature della telecamera.Tutto rimane immobile, stagione dopo stagione. Cambiano alcuni personaggi, ne entrano altri in un gioco di incastri che immediatamente fa ricomporre il puzzle ben noto.  La serie si rigenera restando uguale a se stessa, ma il pubblico guarda altrove, a ben altri significati. E l’Auditel si impenna.



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