Braccialetti rossi, la recensione


Considerazioni sulla serie in sei puntate di Rai1


La sofferenza dei bambini è sempre un argomento di grandissimo impatto emotivo. Uno dei pochissimi argomenti dinanzi al quale sorge spontaneo, un solo, drammatico, interrogativo: “perchè?” Un senso di cocente ribellione annienta la razionalità che non riesce più a contenere l’angoscia e lo strazio.  Braccialetti rossi, la serie all’esordio domenica 26 gennaio su Rai1, ha voluto stemperare il dolore per la malattia con un inno all’ottimismo e alla speranza.

 Ragazzi dagli 11 ai 17 anni, in un ospedale pugliese lottano per non morire. E per esorcizzare alla loro maniera la paura di non farcela, si riuniscono in un gruppo che comprende anche il piccolo Rocco, in coma per un tuffo sbagliato da un trampolino troppo alto. Rocco non può parlare, apparentemente dorme, ma ascolta tutto e la sua voce è il filo conduttore del racconto. Ognuno dei ragazzi del team Braccialetti rossi è ben caratterizzato non solo dalla specifica malattia ma anche dalle problematiche familiari e dai disagi tra i genitori. Realtà nelle quali è facile immedesimarsi.

Diciamo subito che la sceneggiatura di un maestro come Stefano Petraglia non ha deluso. A volte, però,  sconfina in una retorica camuffata da ottimismo che, a guardar bene, nasconde alcuni luoghi comuni. Il primo: la caduta  dal trampolino e il coma dell’undicenne Rocco sarebbero stati provocati involontariamente dalla madre che spingeva il figlio a far conoscenza con ragazzi nella piscina in cui si trovavano. Rocco ha obbedito al branco e ha cercato di lanciarsi dal trampolino più alto per poter conquistare la loro amicizia. Il secondo: l’esperienza di pre-morte che ha avuto Vale, il vice- leader del gruppo: durante l’intervento chirurgico di rimozione del tumore alla gamba, con amputazione della stessa, ha avuto complicazioni che l’hanno portato in una sorta di coma. Così mentre i medici facevano di tutto per salvarlo, lui se ne stava in una sorta di limbo dove ha incontrato Rocco che gli ha consegnato un messaggio da dare alla madre.Ingredienti decisamente strappalacrime, secondo i canoni del racconto televisivo di casa nostra.

Ci sono ancora da notare alcune sdolcinature e la rappresentazione troppo perfetta dell’ambiente ospedaliero con il personale medico e paramedico al totale servizio dei pazienti, trattati con familiarità e umanità. Una visione edulcorata che si scontra con la dura realtà delle cronache e con i troppi casi di malasanità.

I giovani attori, invece,si sono calati nelle loro parti con bravura, credibilità e grande spontaneità. Hanno dato un’immagine alquanto veritiera della sofferenza, del dolore e della voglia di reagire a tutti i costi, anche attraverso il lunguaggio proprio della loro generazione. Hanno fatto meglio dei loro colleghi adulti, tra i quali una Carlotta Natoli poco credibile nel ruolo della dottoressa Lisandri.  Accettabile Giampaolo Morelli nel ruolo del padre di Vale e Laura Chiatti in quello di Lilia, la compagna del padre di Davide.

La regia di Giacomo Campiotti ha sottolineato, con qualche indulgenza alla lacrima facile, le fasi di un racconto insolito per la tradizionale fiction italiana.



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