A testa alta – Libero Grassi, la recensione


A testa alta - Libero Grassi: osservazioni critiche sul tv movie andato in onda domenica 14 gennaio su Canale 5 con protagonista Giorgio Tirabassi


La storia di Libero Grassi meritava molto di più da una ricostruzione televisiva. Meritava, innanzitutto un interprete meno inflazionato professionalmente, un contesto più credibile, un investimento economico maggiore che non riducesse l’ambientazione ad una ricostruzione artigianale. Soprattutto era necessaria una sceneggiatura che andasse al di là della rappresentazione semplicistica di un “santino” e scavasse maggiormente nella personalità di un imprenditore che ha pagato con la vita il rispetto per la legalità, per le istituzioni e per se stesso.

Il film tv A testa alta -.Libero Grassi, andato in onda domenica 14 gennaio su Canale 5 è stato interpretato, nel ruolo del protagonista, da Giorgio Tirabassi, un attore onnipresente, negli ultimi tempi. La sovraesposizione da fiction non ha reso un buon servigio alla credibilità della vicenda. Bisogna riconoscere a Tirabassi una spiccata professionalità grazie alla quale ha cercato, in tutti i modi, di farsi accettare, prima da se stesso, e poi dal pubblico. “Il mestiere” dell’attore che si è studiato bene la parte e che cerca di immedesimarsi nel ruolo, non è bastato a conferire dignità alla trasposizione televisiva della vicenda di Libero Grassi.

Si è avuta la netta sensazione che gli sceneggiatori abbiano ricalcato gli stereotipi superficiali e retorici dalla fiction made in viale Mazzini. Ne è uscito un personaggio solo abbozzato, circondato da un contesto altrettanto poco credibile in cui si salvava la recitazione di pochi, tra cui la prova di  Ninni Bruschetta pur nella brevità della sua parte.

Anche la ricostruzione della partecipazione di Grassi alla trasmissione Samarcanda condotta da Michele Santoro, non ha reso l’atmosfera del tempo. Troppa superficialità nell’accostamento delle immagini dell’epoca a quelle della fiction. Neppure le sofisticate tecnologie moderne, che non crediamo siano state usate, sono riuscite a creare un filo conduttore nel racconto.

Più credibile, sotto alcuni aspetti, l’interpretazione di Michela Cescon nel ruolo della moglie di Libero Grassi, Pina Maisano. Tutto il resto è stato un crescendo di lentezza narrativa, di artigianalità nella riproposizione del contesto dell’epoca, di evidente consapevolezza di voler ottenere il massimo risultato con il minimo investimento economico da parte della produzione.

Anche la rappresentazione di Cosa Nostra è apparsa superficiale, scontata, senza alcun elemento che spingesse ad una riflessione. La storia è andata avanti quasi apaticamente, con un finale già scritto dalla realtà verso il quale si tendeva fin dalle prime immagini.

Quando si ha la pretesa di realizzare un film tv su personaggi realmente esistiti il cui destino, tra l’altro è già drammaticamente noto, si ha l’obbligo di approfondirne i caratteri, di contestualizzarli al massimo nell’habitat dell’epoca, di mostrare tutte le sfaccettature psicologiche e la complessità dei sentimenti da cui sono animati i protagonisti e i comprimari. E’ fondamentale puntare sulle dinamiche che ne hanno scandito la vita pubblica e privata, sul contesto sociale e sulla città palcoscenico degli eventi.

Dov’era Palermo nel tv movie? Nelle poche immagini viste, sembrava solo una cartolina illustrata. Per di più colorata artificialmente.

Alla fine sono stati mandati in onda rapidi flash della trasmissione condotta a reti unificate su Rai 3 e Canale 5 da Michele Santoro e Maurizio Costanzo dedicata a Libero Grassi ad un mese dalla morte avvenuta il 29 agosto 1991. La parte migliore della serata.



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