Glee: la morte di Cory Monteith è l’acme del disagio giovanile


L serie cul perde il suo protagonista


La morte prematura di un altro giovane attore, amatissimo dai suoi fan, induce a fermarsi un attimo e riflettere. Cory Monteith se ne è andato a soli 31 anni, morto in una camera d’albergo, probabilmente in seguito a overdose. Era il pilastro di Glee, serie cult per il pubblico adolescenziale che vedeva nel suo personaggio Finn Hurdon, tutte le caratterische della propria età e vi si identificava interamente.

 Viso acqua e sapone, sguardo rassicurante, maniere semplici e accattivanti, Cory incarnava il figlio che ogni genitore avrebbe voluto avere. Ma dietro l’apparente semplicità nascondeva la tragedia della sua vita: la drammatica e fatale dipendenza da alcol e droga, iniziata già a 13 anni, proseguita a 16 con tale intensità da metterne in pericolo la stessa vita. Il ricovero in un istituto di ribilitazione era stato necessario ma non sufficiente a salvarlo. Se ne è andato, a soli 31 anni allungando la triste fila di quei giovani artisti che distruggono la loro esistenza tra sregolatezze di ogni tipo.

Come Amy Winehouse, come Heat Ledger, Cory Monteith è andato via giovanissimo, pieno di gloria, senza problemi economici, amato dai fan di Glee a livello planetario. Cory aveva anche una fidanzata, Lea Michele che recitava con lui nella serie Glee.  Belli, giovani, ricchi, artisticamente dotati, ma privi della semplice capacità di affrontare la vita. La popolarità non fa da corazza al mal di vivere, al contrario. E’ capitato a Amy Winehouse una delle più belle voci a livello planetario, schiantata a 28 anni, da quei cocktail micidiali di alcol e droga che a lungo andare non lasciano scampo. E’ capitato a Heat Ledger, scomparso a 29 anni, una carriera magnifica alle spalle in così giovane età. Ed è capitato a Whitney Houston, morta a 49 anni per le medesime ragioni: l’uso smodato di quei miscugli nei quali affogare, momentaneamente, la grande angoscia di vivere, la certezza di sentirsi impotenti dinanzi all’esistenza, dinanzi alla gestione della propria vita. Ed è capitato alla nostra Mia Martini, lasciata sola a combattere contro le allucinazioni visionarie del mondo dello spettacolo di casa nostra.

Sono solo alcuni esempi di morti premature di personaggi di successo il cui tragico destino li ha resi immortali nell’immaginario del pubblico circondandoli di un alore di “genio e sregolatezza”. Era accaduto a Jeames Dean il divo holliwwodiano morto nel 1955 in seguito ad un incidente stradale sulla cui dinamica non è mai stata fatta luce. L’abuso di famaci ha segnato il destino di un altro mito della musica, Elvis Presley, vera icona che ha ispirato artisti a livello planetario.

Giovani indifesi, fragili psicologicamente, ragazzi che all’improvviso si sono trovati a gestire un evento che travalicava la loro resistenza: la ricerca di mete sempre più difficili e non alla loro portata. Come quei scalatori di montagne che non riescono a salire più in alto perchè la vertigine dell’altezza li annienta facendoli precipitare, così Cory Monteith e i suoi illustri predecessori, hanno chiesto al proprio fisico, ma soprattutto alla propria anima, sforzi sempre maggiori. Per raggiungere il nulla. Avevano tutto ai loro piedi, ma non l’hanno visto, non l’hanno riconosciuto, hanno creduto che quel “tutto” fosse loro dovuto perchè c’era qualcos’altro da conquistare.

Quel “qualcos’altro” è solo frutto di una malattia dell’anima alla ricerca di un impossibile conforto in rimedi che distruggono il fisico. Questi giovani non dovrebbero essere lasciati soli. Non basta la riabilitazione in istituti appositivi. Questi giovani avrebbero bisogno di sentire più vicini i genitori, la famiglia, i valori veri che si disgregano, frantumati in quei coktail di alcol e psicofamaci.  Nessuno, in questo senso, è stato in grado di aiutarli a superare quel tragico disagio giovanile. Muore giovane chi al cielo è caro: ma è solo inutile e sterile retorica pseudo-consolatoria.



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