Limbo, racconto e recensione del film tv con Smutniak e Adriano Giannini


Il film tv destinato a Rai1 il 2 dicembre,presentato in anteprima al Roma Fiction Fest


Il limbo per Manuela Paris è il periodo sospeso tra il suo passato di maresciallo degli alpini alla guida di un plotone di trenta uomini nella missione peace keeping in Afghanistan. Quello di Mattia, di limbo, è la condizione di sradicamento dalla sua famiglia, dal lavoro, dalla vita per essere diventato, suo malgrado, un testimone scomodo per la malavita. E “Limbo” è il film tv presentato oggi al RomaFilmFest, l’unico italiano in concorso, prodotto da Fandango di Domenico Procacci in collaborazione con Rai Fiction, in onda su Rai1 il prossimo 2 dicembre.

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Un’operazione impegnativa, diciamo subito. Perché si è trattato di portare sullo schermo il romanzo di Melania Mazzucco, dallo stesso titolo, uscito tre anni fa. Un libro prismatico e tentacolare, come sempre le opere della scrittrice romana. E perché ha dovuto affrontare una materia delicata, nella quale la vita rigorosa di un reparto militare in missione non deve imbrigliarsi nelle spire della retorica. Ci hanno pensato Francesco Piccolo, ben aduso alle sceneggiature oltre che vincitore l’altr’anno del Premio Strega, e Laura Paolucci a scrivere un copione che ha le battute giuste. E se qualche volta l’intreccio si sgrana, i rapporti tra i personaggi non risultano al cento per cento credibili, il peccatuccio originale è nel libro dal quale questo tv movie è tratto.
Ecco la storia. Manuela Paris è un sottufficiale dell’esercito che torna nella sua casa del litorale romano, Ladispoli, dopo essere stata gravemente ferita in Afghanistan. Ha 28 anni, ha lasciato giovanissima la sua famiglia un po’ becera e un po’ bislacca proprio per costruirsi infilandosi la divisa un futuro più “alto”. Ma rientra a Ladispoli segnata da quello che è avvenuto. Non solo zoppica e ha crisi di panico, ma la perseguita il ricordo dei tre commilitoni morti nell’attentato e perfino il dubbio che lei, donna al comando, abbia qualche responsabilità.

La Smutniak nel ruolo di Manuela Paris

Il plot, come il romanzo, si svolge su tre piani. “Live”, ovvero i giorni tra Natale e Capodanno che Manuela passa con i familiari; Homework, ossia il compito che le dà lo psichiatra militare dal quale è in cura di annotare quanto è avvenuto nel deserto minacciato dai guerriglieri, perché solo ricordando può vincere lo shock che l’attanaglia e forse riuscire in quello che più desidera, tornare a essere operativa in Afghanistan; “Rewind”, cioè il riavvitamento della sua vita verso il futuro che può essere possibile nell’incontro con un altro straniato, Mattia. Un personaggio misterioso, che tale rimarrà per lei fino all’epilogo del romanzo e del film. Risiede nell’albergo di fronte, la guarda dalla sua finestra mentre lei fuma sul balcone, la conosce, vince le resistenze portandola in gita a Trevignano, la bacia, ci fa l’amore, dice di amarla, e lei sente di ricambiarlo. Ma poi lascia all’improvviso Ladispoli.

Sul set di Limbo

I tre piani si intrecciano, e nei flashback sulla missione la tensione sale e cattura lo spettatore specie nelle scene d’azione. Ecco la fatica delle donne soldato, anzi, alla guida di un plotone, a farsi accettare dai maschi. Ecco l’approccio con la popolazione in un caso degna di compassione, in altri infida. Ecco, anche, qualche situazione poco credibile. Allorché, per esempio, un militare fa capire al “capo” Manuela di essersi innamorato di lei anche se in Italia aspetta un bambino da un’altra. Morirà poco dopo l’attentato, ma avrà il tempo di dire alla madre di suo figlio di assegnare a Manuela il compito di madrina il giorno del battesimo del piccolo.
Anche l’epilogo può lasciare perplessi. Alla donna maresciallo viene consegnata una medaglia di bronzo ma le viene negata la possibilità di tornare ad essere operativa. Però insperatamente la ripaga, nel pensoso ritorno a casa, rivedere il misterioso Mattia al balcone dell’hotel Bellavista. Il segno che i nodi della vita possono sciogliersi e che vale la pena di agguantare l’oggi e sperare nel domani.

Una scena del film tv

Un happy end inadeguato. Una risoluzione troppo immediata delle cicatrici psichiche provocate dalla guerra e dall’imboscata, a differenza di altri lavori sul tema, come “Venti sigarette” di Aureliano Amadei incentrato sull’attentato di Nassiriya. Certo, ha obiettato Tinni Andreatta per Raifiction, nelle sue 400 e passa pagine il libro della Mazzucco (che pure ha firmato il soggetto) permette molto di più rispetto ai 90 minuti del film di approfondire il ritratto dei personaggi (tra i quali pare irrisolta anche Vanessa, la sorella di Manuela, ragazza-madre consumistica, avventata, addirittura vittima di uno stupro la notte di Capodanno, snodo drammatico che la sceneggiatura non sviluppa adeguatamente). E se è quasi sempre vero che un romanzo convince di più della pellicola ad esso ispirato, è anche vero che la rara virtù di chi lo affronta sul set risiede proprio nella capacità di condensarlo significativamente.

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Non deludono però gli interpreti, ben guidati dal regista Lucio Pellegrini. Specie Kasia Smutniak, capace di conferire alla sua Manuela i modi rudi del soldato (“Mi ha aiutato essere cresciuta in una famiglia di militari”, ha rivelato), quelli imbronciati della sofferenza psichica e dei ricordi, quelli delusi del ritorno alla anonima vita di provincia. Le sta accanto in mondo convincente, nel ruolo di Mattia, Adriano Giannini, ora tenero ora tormentato dal macigno della propria esistenza. Giulia Valentini è una frizzante e al tempo stesso affettuosa Vanessa, Filippo Nigro è un inflessibile ma umano capitano Paggiarin



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