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 Marzio Honorato fa parte della vecchia guardia di Un posto al sole. È arrivato sul set il primo giorno di lavoro, venti anni fa, e da allora non ha mai smesso di far vivere il suo personaggio, Renato Poggi. Lo abbiamo intervistato durante la nostra giornata sul set della soap napoletana e ci ha raccontato di come l’esperimento iniziale sia diventato uno dei punti fermi della nostra televisione. Qual è il segreto per restare tanto tempo sulle scene? Bisogna ricavarsi spazi per la sorpresa e l’improvvisazione, risponde l'attore. Ecco l’intervista completa.

Come è avvenuto il suo avvicinamento ad Un posto al sole?

La prima notizia che si sarebbe realizzata una lunga serialità nel Centro Rai di Napoli la lessi su Il Mattino. C’era un trafiletto in cui si parlava dell’idea di realizzare un esperimento, soprattutto per volontà di Minoli (Giovanni Minoli, all'epoca Direttore di Rai3, ndr), che attraverso Un posto al sole voleva rilanciare il Centro di Produzione di Napoli, fino a quel momento messo un po’ da parte a favore dei Centri Rai del centro nord. Mi interessò subito. Perché, al contrario di tutte le cose che avevo fatto fino a quel momento – televisione, teatro, cinema – c’era la possibilità di interpretare un personaggio che aveva un profilo generale, ma la cui storia era tutta da scrivere. Non sapere come va a finire, dà una carta in meno, ma anche una in più da giocare al personaggio. Di solito, quando si fa un film, la storia del personaggio ha un inizio e una fine che si conoscono in anticipo: l’attore lo studia e lo prepara già pensando a ciò che dovrà accadere. Questo, invece, era un percorso aperto e la cosa mi incuriosì tantissimo. Naturalmente, in quel momento nessuno pensava sarebbe durata venti anni. Tanto è vero che il primo contratto fu di tre mesi, poi prolungato a sei mesi e così via. Sapete tutti come è andata a finire.

honorato

Qual è il segreto di Un posto al sole, che si avvia alle cinquemila puntate?

Beh, prima di tutto bisogna vedere se ci arriviamo tutti come personaggio, perché non si sa mai. La soap è una macchina bellissima, alcuni la chiamano soap, altri teleromanzo, altri ancora real-drama, perché nacque proprio come real-drama. Dicevo, è un’esperienza bellissima perché ti dà modo di affezionarti alle persone con le quali lavori. Quindi, principalmente, l’umore sul set, quando si gira, è sempre giocoso, senza antipatie, senza invidie. La cornice di lavoro è molto piacevole. Più il tempo è passato, più queste persone che lavorano con me – non solo gli attori, ma anche le centinaia di tecnici e membri della Produzione – sono diventati sempre più di famiglia. Staccarmene è un po’ difficile, innanzitutto da un punto di vista affettivo. Poi, il personaggio ha avuto le sue storie, è partito in un certo modo, è andato in pensione, ha passato tutte le esperienze che più o meno può passare un professionista cinquantenne nella vita reale.



Quanto ha lavorato Marzio Honorato per rendere il suo personaggio così longevo?

Innanzitutto c’è stato il desiderio di proporre un personaggio vivo e presente in ogni momento. Penso che la soap debba dare anche dei messaggi. Se non chiari, almeno sottotraccia. Oltre il racconto delle storie che vivono i personaggi, credo che dobbiamo cercare di dare esempi virtuosi di vita. Ad esempio, io mi sono sempre battuto per mostrare al pubblico che si utilizzano buste di carta, si fa un uso consapevole dell’elettricità sul set e, nelle scene al bar, che si paga con lo scontrino… Molte volte sono andato anche oltre la semplice recitazione del personaggio per comunicare messaggi sociali.

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Dalle sue parole traspare la volontà di veicolare una rappresentazione di Napoli lontana dagli stereotipi, che forse è uno dei motivi del successo di Un posto al sole. Quanto c’è di questa voglia in ciascuna interpretazione?
Beh dipende molto dagli attori, presi singolarmente. C’è anche chi viene qui solo per fare il suo mestiere, recitare le sue battute e poi andare a casa. Visto che sono anche napoletano doc e amo la città in maniera totale, io non leggo solo le battute ripetendole come un automa. Sono uno di quelli che – grazie anche agli autori che me lo lasciano fare – cerco di cambiare i dialoghi, li aggiusto in base al carattere del personaggio che interpreto. Cerco di essere vivo e attivo, quando recito.

Cosa dobbiamo aspettarci dal suo personaggio nelle prossime puntate?
Purtroppo non leggo i trattamenti successivi. Perché sono del parere che, se vogliamo dare un minimo di verità, allora bisogna non dico improvvisare ma almeno imparare le battute nel momento in cui si recitano, altrimenti diventa qualcosa di preparato. In particolare, questo lavoro di soap è giusto farlo in questo modo. Certo, il mio personaggio ha più possibilità di avere quest’immediatezza perché è uno che passa i guai però è simpatico, uno scocciante che però piace. Ha varie sfaccettature e ciò mi consente di recitare in questo modo. Quindi, purtroppo, quello che succederà di lui ancora non lo so.

Qui l'intervista a Luca Ward.

 

Ultima modifica Venerdì, 11 Agosto 2017 11:33
Alessandro De Benedictis

Laureato in Comunicazione all’Università Sapienza di Roma con una tesi sul giornalismo online. Appassionato di storie, libri, musica, radio, TV e curioso del rapporto tra media e immaginario collettivo. Twitter: @Aledebe87

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