Tutti insieme all’improvviso, la recensione


Riflessioni sulla nuova serie con Giorgio Panariello di cui è andata in onda la prima puntata su Canale 5.


 La credibilità recitativa di Giorgio Panariello non è in discussione: la massima aspirazione di un comico è calarsi in un ruolo impegnativo e riuscire a far dimenticare al pubblico l’aspetto ironico che lo contraddistingue. Obiettivo che Panariello ha quasi del tutto raggiunto.

 Questa la prima, netta, sensazione avuta dopo la prima puntata della serie Tutti insieme all’improvviso andata in onda su Canale 5, venerdì 15 gennaio. La forza del racconto è rappresentata dagli interpreti: oltre Panariello che, pur convincendo è apparso talvolta monocorde, spicca la recitazione di Lucia Ocone, Marco Marzocca e Lorenza Indovina.

Tutti e tre gli attori si calano con credibilità nei propri ruoli: la Ocone è Laura, la brava veterinaria che aiuta il collega Walter Brandi (Panariello), Marco Marzocca è l’amico storico del protagonista e la Indovina è Annamaria, la moglie di Filippo, il fratello del protagonista, morto prematuramente.

Abbiamo scoperto un Marco  Marzocca di grande bravura che ha fatto dimenticare la irresistibile parodia del cameriere filippino.  Stesso discorso per Lucia Ocone, bravissima nelle imitazioni di personaggi legati all’attualità in Quelli che il calcio.

Proprio la scomparsa improvvisa del fratello costringe Walter a tornare a Roma dopo venti anni trascorsi in Africa a curare gli animali. Il rientro nella capitale lo pone di fronte ad una realtà familiare sconosciuta e alla sorpresa di avere un figlio. La vicenda, che si svolge, prevalentemente a Roma, è basata sui rapporti familiari e sui soliti, obsoleti problemi dei giovanissimi che il nuovo arrivato cerca di risolvere con la sua filosofia africana.

E qui iniziano le debolezze strutturali della sceneggiatura: ingredienti già visti troppe volte in tv, campeggiano nello svolgersi della trama. In primis i rapporti, strereotipati, tra i giovani che rimandano ad infinite serie equivalenti. Sembra proprio che la fiction made in Italy non possa discostarsi da schemi vecchi ma ritenuti sempre validi per conquistare un’ipotetica fascia di under venti che potrebbe riconoscersi in essa. A questi elementi classici si è aggiunta e si aggiungerà in corso d’opera, qualche “trasgressione” come il bacio lesbico e la sbandata di una notte di un giovane studente che finisce a letto con la madre di una compagna. Licenze che Canale 5 crede di potersi concedere perchè considera il suo pubblico più aperto e all’avanguardia rispetto a quello di Rai1.

Inoltre la breve e fugace ricostruzione degli ambienti africani è apparsa subito rudimentale e artigianale: è questa la parte meno riuscita della fiction.
 Le atmosfere romane, invece, ci sono tutte: dai barconi sul Tevere ai palazzi del centro. Qui la fotografia è sembrata migliore e credibile.

Gli altri personaggi del racconto sembravano usciti da macchiette teatrali: è il tentativo di dare maggiore consistenza ai toni da commedia che si mescolano a quelli più seri.



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