Solo per amore Destini incrociati, la recensione


Riflessioni sull'esordio della nuova serie in onda su Canale 5 con Antonia Liskova e Roberto Farnesi.


Troppi intrighi e intrecci di poca credibilità. Troppi ingredienti telenovelistici, creati da una sceneggiatura intricata e tortuosa, troppi destini vanamente incrociati. Sono all’insegna dell’irrealtà e dei contorcimenti narrativi le serie targate Mediaset. Questo è uno dei motivi per i quali sono state rifiutate, nella stagione televisiva oramai alla fine, dal pubblico di Canale 5.

 Non fa eccezione Solo per amore Destini incrociati all’esordio l’11 maggio sulla principale rete Mediaset. I telespettatori già ne avevano visto la prima stagione andata in onda nel gennaio 2015. Un mix di generi difficili da seguire, una storia complicata all’insegna di tradimenti, segreti inconfessabili e poi confessati, amori, passioni, ma soprattutto odi e rancori familiari. Tutti ingredienti che sono stati travasati nella seconda stagione con una carica ancor più virulenta. Ad impressionare il pubblico è la doppiezza e l’ambiguità dei personaggi nei quali si cela sempre e comunque un secondo fine, un obiettivo diverso da quello dichiarato. Forse Elena Ferrante (Antonia Liskova) la protagonista femminile, è l’unica che, almeno per adesso, dichiara di voler inseguire un obiettivo ben preciso: scoprire la verità sulla morte del marito Pietro. Tutti gli altri appaiono come la valigia di un agente segreto: hanno il doppiofondo nel quale custodiscono armi micidiali che, nel caso in esame, sono sentimenti senza alcuna implicazione di umanità. 

Gli sceneggiatori hanno tentato persino di far innamorare due giovani appartenenti a famiglie rivali: Montecchi e Capuleti 2.0 di una soap opera imbarazzante all’ombra del Cupolone. La serie è ambientata a Roma che, tra l’altro, viene attraversata in molti dei suoi scorci e dei suoi monumenti più belli. Ma la Capitale resta immobile sullo sfondo e non riesce, con la sua magnificenza, a comunicare neppure un po’ di calore e di umanità ad una storia irreale.

Irreali sono gli amori che nascono e muoiono nello spazio di un mattino. Irreali le dinamiche tra i membri delle famiglie. L’innesto, nella nuova stagione in onda, di Roberto Farnese nel ruolo di Andrea Fiore, serve per creare nuove dinamiche necessarie ad ogni soap opera perchè, a dispetto dei tempi lunghi, ne esprima l’incalzante divenire. In altre parole “morto un amore se ne costruire un altro” con una nonchalance che non rende un buon servigio alla rappresentazione della famiglia, un’entità squassata dalla precarietà e bisognosa di un punto di riferimento, purtroppo inesistente, nella fiction made in Mediaset. Un esempio: il generale Fiore predilige un figlio e sottovaluta l’altro, suscitando in quello meno amato rancori e desideri di vendetta.

Siamo in un periodo nel quale i delitti in famiglia hanno subito una paurosa esclatation e la fragilità psicologica, soprattutto nelle generazioni più giovani, spinge ad azioni criminose anche nell’ambito della coppia. Una serialità che si rispetti avrebbe l’obbligo di veicolare messaggi positivi che non si basino su odi, vendette, rancori e quant’altro di negativo si possa annidare in un animo umano.



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