Suburra – La serie su Netflix dal 6 ottobre, il nostro giudizio sui primi due episodi


C'è molta attesa per la serie presentata in anteprima mondiale a Venezia 2017. Viene raccontato un intricato intreccio di malaffare e criminalità a tutti i livelli.


Suburra – La serie, la prima produzione italiana di Netflix, sarà rilasciata dalla piattaforma streaming il 6 ottobre. Nel cast ci sono, tra gli altri, Alessandro Borghi, Filippo Nigro e Claudia Gerini. Presentata all’ultima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, è diretta da Michele Placido, Andrea Molaioli e Giuseppe Capotondi. La storia che racconta “solo” venti giorni di caos, è incentrata sul delicato rapporto fra Chiesa, Stato e criminalità organizzata, in una guerra senza esclusione di colpi per la conquista del potere.

Protagonisti sono tre uomini: Numero 8 (Alessandro Borghi), Spadino (Giacomo Ferrara) e Lele (Eduardo Valdarnini). Tre caratteri completamente agli opposti costretti ad allearsi pur di raggiungere i loro scopi.

“Suburra racconta una criminalità che si è spogliata del suo già modesto quadro culturale di riferimento. Una criminalità allo sbando che riflette un paese allo sbando e, infatti, il quadro di connivenza col mondo del potere ufficiale, trattandosi di Roma, si fa corposo, organico, indissolubile, al punto di finire per confondere, in termini di comportamento e di orizzonti culturali, il cardinale con il killer, il politico con lo spacciatore. Se nella forma hanno ruoli diversi, nella sostanza appaiono pedine dello stesso mondo. Svuotate non solo di ideali, ma anche di desideri”, aveva affermato Paolo Sorrentino parlando del libro.

Nel 2015 è uscito il film diretto da Stefano Sollima in cui lo spirito del testo di partenza e, verrebbe da dire, la vita vera sono stati rispettati con una lucidità disarmante, merito di un ottimo lavoro su vari livelli, dalla sceneggiatura alla regia, senza trascurare le interpretazioni. Nella serie prodotta da Cattleya ritroviamo alcuni attori presenti nel lungometraggio e new entry. Giacomo Ferrara in entrambi i casi dà vita ad Alberto Anacleti, detto Spadino, lo zingaro, molto caratterizzato anche fisicamente (dal crestone al naso).

Dall’altra parte della barricata c’è l’Aureliano (futuro Numero 8), nella serie biondo ossigenato, che esprime in ogni tratto del volto la rabbia che cova dentro di sé (un Alessandro Borghi che continua a dimostrare le sue qualità). A loro due, nella serie, si aggiunge un altro giovane uomo, Lele (un Eduardo Valdarnini in parte), di cui intuiamo le origini differenti rispetto agli altri già da quando appare, bello, ben vestito, circondato da donne e droga in discoteca. Con Spadino e Aureliano stringerà – per forza di cose e per scelta – patti di alleanza. La percezione che si avverte è che si troverà subito invischiato in qualcosa forse ancora più grande e ingestibile. Tutti loro cercano qualcosa, compreso Amedeo Cinaglia (Filippo Nigro rende bene il suo dissidio interiore in cui fa capolino la coscienza). La parola d’ordine è “svoltare”. Del film di Sollima ritroviamo anche Samurai (qui gli dà volto Francesco Acquaroli) e Manfredi Anacleti (Adamo Dionisi). Una nota di merito va a Barbara Chicchiarelli che con intensità e realismo si cala nei panni di Livia, la sorella di Numero 8.

Va detto che in Suburra – la serie temporalmente indietro rispetto al lungometraggio e anche al romanzo stesso. Primi anni Duemila. Per chi fosse a digiuno di entrambi e intercettasse l’episodio inaugurale quasi per caso, l’incipit cala lo spettatore immediatamente nel luogo in cui la storia – anzi sarebbe meglio dire le storie – sono ambientate, suggerendo sottilmente anche una tesi di fondo: Vaticano uguale centro del potere. Dall’inquadratura su San Pietro, carrello indietro e ci si ritrova lungo via della Conciliazione, per poi tornare ancora una volta lì, più vicini alla Basilica. Altra finezza – questa volta grafica – è la scelta di far comporre il titolo coi sanpietrini. A far da contraltare ci pensa la periferia di Ostia, dove pullula una parte di quel mondo sotterraneo.

Con un meccanismo di flashback si torna indietro nel tempo per ricollegare i tasselli fino alle prime scene che gli spettatori vedranno. Per forza di cose c’è del romanzato, ma assistendo al mix di criminalità sullo schermo, sorge anche spontaneo sovrapporre ciò che è stato inventato dagli sceneggiatori (Daniele Cesarano, Barbara Petronio, Ezio Abbate, Fabrizio Bettelli e Nicola Guaglianone) con ciò che si sente nei notiziari.

Abbiamo potuto vedere i primi due episodi, presentati in anteprima mondiale all’ultima Mostra di Arte Cinematografica di Venezia. Ma è stato già palpabile il buon ritmo insito in ogni puntata (merito anche del montaggio, a tratti adrenalinico per via delle forti scene che si susseguono). A cadenzare e identificare il tutto ci pensa la lingua, il romanaccio, declinato anche in dialetti e accenti specifici.

Chiesa e Stato: non è la prima volta che sono il focus sul piano artistico, eppure gli spettatori si appassionano a questi lavori in cui emergono fragilità e contraddizioni degli esseri umani che son dietro a queste due istituzioni. Interessante il personaggio della donna che lavora in Vaticano – notoriamente ambiente abitato più da uomini – a cui dà corpo Claudia Gerini, desiderosa di tenere le redini della situazione, ricorrendo anche alla seduzione. Vi consigliamo di non sfumare sui titoli di coda con ‘Sette vizi Capitale‘ di Piotta feat. Muro del Canto, ben in linea col mood appena respirato.



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