Marino Sinibaldi: Riformiamo il pubblico televisivo



Prosegue il ciclo di seminari dell’Università La Sapienza chiamato Vocazione Servizio Pubblico. Si tratta di una serie di incontri tra addetti ai lavori, docenti, giornalisti e studenti per definire delle proposte da avanzare in vista del rinnovo della concessione di servizio pubblico all’azienda. Non a caso, è stato subito ribattezzato “Pallacorda”, a sottolineare il suo carattere di alternativa ripetto alle stanze dell’ufficialità.

Iniziato a luglio 2014, il ciclo di incontri che si svolge al Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale è giunto così al settimo appuntamento. Tema della giornata: Tv, qualità e cultura.
Tra i vari interventi, uno dei punti più interessanti, forse anche perché uno dei meno dibattuti negli incontri pubblici, è stato la responsabilità del pubblico. Lo ha introdotto Marino Sinibaldi, direttore di Rai Radio 3: più che formare il pubblico, bisogna ri-formarlo. Perché la moltiplicazione delle reti consegna ai telespettatori un potere che non hanno mai avuto prima: la libertà di poter scegliere. Se dunque vengono premiati i programmi che comunemente vengono considerati “trash” o comunque di bassa qualità, è chiaro che bisogna anche lavorare sui telespettatore.

Bisogna cioè metterli nella condizione di poter sfruttare la loro libertà di scelta, e dev’essere questo il principale problema di chi oggi lavora nella comunicazione: dopo averlo educato la prima volta, ora occorre dargli un nuovo tipo di formazione che gli consenta di essere uno spettatore consapevole.
{module Google richiamo interno}L’altro problema è che, finché la Rai si baserà soprattutto sugli introiti pubblicitari anziché sul canone, verranno inseguiti gli ascolti. Il mercato, ironizza il Capo Struttura di Rai Storia Giuseppe Giannotti, è una “livella”, come insegnava Totò: laddove invece le reti di servizio pubblico si finanzia con il canone, si ragiona in termini di valore aggiunto da dare al pubblico. È ovvio dunque che la questione sia la coerenza rispetto agli obiettivi che i canali deputati al servizio pubblico dovrebbero perseguire.
Naturalmente la cultura deve passare senza educare, ma intrattenendo. In questo discorso si possono circoscrivere le fiction, la cui produzione presenta gli stessi punti critici di quella cinematografica.
L’Italia ricava solo il 5% dalle vendita dei suoi prodotti audiovisivi all’estero, mentre la Germania si attesta al 36% e la Gran Bretagna addirittura al 50%. Interessati solo al mercato interno però, gli operatori sembrano disinteressati al tema. Per quanto si stiano producendo anche fiction di qualità, la situazione è quella di stallo: si realizzano sempre prodotti simili tra loro e alla fine, per quanto ancora gli ascolti continuino a premiarle, il pubblico finirà per disaffezionarsi.

Al momento in Rai prevale l’anima industriale su quella culturale: è questo il punto da cui partire per rifondare il sistema.



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