Solo seconda stagione | la recensione


Solo seconda stagione | la recensione. Analisi critica e riflessioni sulla prima puntata della serie prodotta dalla Taodue e in onda su Canale 5 in prima serata con protagonista Marco Bocci.


Anche la seconda stagione di Solo con Marco Bocci assomiglia drammaticamente alla prima. Nessuna sorpresa, nessuna novità: la solita sequela di morti, di tradimenti, di intrighi mafiosi, di capovolgimenti di identità.

La prima puntata della seconda stagione è andata in onda venerdì 5 ottobre in prima serata su Canale 5. E, se non fosse per i personaggi differenti e la diversa ambientazione, si sarebbe portati a credere che si tratta di uno spin- off di Squadra antimafia di cui Marco Bocci è stato uno dei protagonisti: il vice questore Domenico Calcaterra.

Le atmosfere sono simili, la catena di omicidi è la medesima, i morti ammazzati si susseguono tra sangue, colpi di pistola e kalashnikov che lasciano a terra cadaveri, senza alcun rispetto per il pubblico e soprattutto per la fascia di telespettatori più fragile, tra cui i minori. Insomma la violenza è il protagonista principale e ben si inserisce in un contesto oscuro con trame sotterranee, legami tra famiglie mafiose che pensano soltanto ai propri interessi economici per rincorrere i quali ricorrono a tutte le nefandezze.

In Solo, come in tutte le serie di Valsecchi, la legalità è relegata sullo sfondo. L’agente speciale infiltrato Marco, per obbedire alla missione, non esita lui stesso ad uccidere, e diventa un personaggio ambiguo sempre in bilico tra il bene e il male, compromesso con i boss. Un messaggio drammaticamente negativo che passa, indisturbato nella prima serata televisiva.

Ma c’è di più. A rendere ancor meno credibile la storia è la sceneggiatura fragile, stantia, obsoleta, già ripetuta all’infinito nelle serie prodotte da Valsecchi. Una sceneggiatura che ripercorre sempre i medesimi schemi e si affida ad attori che rendono ancor più discutibile il prodotto finale. Marco Bocci, innanzitutto.

L’attore conserva sempre la medesima espressione, nel bene e nel male, fisso e statuario in un immobilismo che evoca quello delle storie raccontate. Accanto a lui il contorno del cast che si muove con superficialità in una ambientazione faticosamente ricostruita con l’obiettivo, fallito, di renderla credibile.

E poi c’è Bruno Corona, il figlio del boss della ‘Ndrangheta Antonio. A dargli il volto è Peppino Mazzotta, il notissimo Fazio, braccio destro del Commissario Montalbano. Già nella prima stagione ha cambiato casacca ed è passato dalla parte dei mafiosi per fiction. É uno dei pochi attori che ha reso credibile il suo ruolo. Ma, alla fine della prima stagione, era stato gravemente ferito e considerato morto. Gli sceneggiatori, consapevoli che se fosse sparito, la serie si sarebbe ulteriormente depauperata, lo hanno fatto “risorgere”. Proprio come accade nelle soap opera e nelle telenovelas. E questo non indifferente dettaglio ha fatto scadere ancora di più la credibilità della serie che passa da un discutibile colpo di scena all’altra sperando di catturare un pubblico oramai smaliziato che non si lascia più ingannare.

Meriterebbe di più la serialità di Canale 5. Meriterebbe inventiva, nuovi linguaggi, un maggiore aggancio all’attualità. E soprattutto una maniera coinvolgente di raccontare una realtà vicina al pubblico, non distante anni luce.



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