Fabrizio De Andrè – Principe libero, la recensione


Fabrizio De Andrè - Principe libero, la recensione. Il biopic sul cantautore è interpretato da Luca Marinelli. Analisi e riflessioni sulla prima puntata andata in onda su Rai 1 martedì 13 febbraio con la regia di Luca Facchini. La seconda parte andrà in onda questa sera mercoledì 14 febbraio.


Il taglio della miniserie è sicuramente televisivo. Portarla prima sul grande schermo è stata un’operazione azzardata per due motivi: il primo è che Rai Fiction ha trasformato il biopic in una sorta di lungometraggio nel quale le canzoni dell’artista hanno rappresentato il leitmotiv di tutto il racconto. Il secondo è che Luca Marinelli ha avuto, solo approssimativamente, la forza professionale di calarsi nel personaggio di Fabrizio De André.

Nella prima puntata della fiction andata in onda martedì 13 febbraio su Raiuno, l’elemento predominante è la libertà di cui andava in cerca De André. Si trattava del desiderio di essere al di là delle convenzioni e delle costrizioni. È ben evidente, e di questo bisogna dare atto agli sceneggiatori, che il protagonista cercava delle regole proprie e tentava di liberarsi dalle ossessioni e dalle insicurezze. Caratteristiche queste che lo hanno poi portato ad una dipendenza dall’alcol molto chiara nella fiction.

Luca Marinelli somigliava a De André soltanto in penombra. Quando le luci gli illuminavano il volto, la distanza tra lui e l’artista appariva incolmabile. Sarà stato per questo motivo che l’atmosfera del biopic era buia e spesso anche tetra. Quasi senza colore lo svolgersi degli eventi che sono partiti dal rapimento di De Andrè e Dori Ghezzi nel 1979 per andare indietro nel tempo con il solito flashback a cui ci ha abituato Rai Fiction.

Prende il via così la vicenda umana e professionale di De Andrè che racconta l’adolescenza, la giovinezza e la maturazione di un figlio della buona borghesia al quale il padre voleva imporre il conseguimento della laurea.

Ad un certo punto i telespettatori lo hanno sentito dire: “e se mi riuscisse di vivere con la musica?“, ed infatti il tentativo è andato in porto.

Proprio per questo il repertorio professionale di De Andrè si è dipanato sul piccolo schermo in un continuo susseguirsi di brani e di motivi che, purtroppo, spesso facevano pensare a quei musicarelli degli anni ’60, rivestiti di una dignità e di un prestigio propri del personaggio raccontato.

La regia di Luca Facchini si è sforzata di conciliare le due anime del prodotto: la rappresentazione della complessità dell’uomo e delle sue opere, e l’esigenza di inserire il tutto in una serie spiccatamente televisiva.

Tutt’intorno a De Andrè ruotava il mondo di quegli anni. Ecco il giovane Paolo Villaggio con il quale aveva instaurato un rapporto di amicizia. Ed ecco Luigi Tenco al quale si sentiva legato per l’anticonformismo che permeava il suo pensiero e la sua musica.

Uno dei punti clou della puntata è stata l’interpretazione del brano “La canzone di Marinella” da parte di Mina. Naturalmente è andato in onda un filmato delle preziose Teche Rai inserito nel contesto narrativo. Con Tenco e con Villaggio si sono svolti alcuni dei dialoghi più significativi della puntata. Se possiamo assolvere Luca Marinelli e riconoscergli lo sforzo di compenetrarsi in un ruolo difficile, lo stesso non si può dire di molti altri attori. Ad esempio Valentina Bellè nella parte di Dori Ghezzi ha convinto molto meno.

La sensazione principale è che si siano messi insieme vari pezzi della vita di De Andrè cercando di rappresentarne l’esistenza quotidiana, ma il tutto appariva inserito in un contesto frammentario. La fiction cioè era decontestualizzata dagli anni in cui De Andrè è vissuto.



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