Pasolini, il corpo e la voce, dalla Festa del Cinema di Roma a Rai1


il documentario realizzato dalle Teche Rai andrà in onda il 1 novembre

 Enzo Biagi chiede a Pier Paolo Pasolini: “Che cos’è il successo?”. “Niente – risponde lui, seduto su una poltrona in uno studio televisivo, attorniato come un fenomeno da altri personaggi seduti – E’ l’altra faccia della persecuzione, è una cosa brutta per un uomo. Per esempio, trovare miei amici qui, in televisione. Una cosa brutta e falsa. La televisione è un medium di massa, non può che alienarci”. Incalza Biagi: “Lei qui però può dire tutto quel che vuole”. “No – replica – perché se lo facessi sarei accusato di vilipendio. E poi nel momento in cui mi ascoltano hanno come me un rapporto da inferiore a superiore. Parlare dal video è come parlare ex cathedra”.


Esce dalle Teche Rai questa intervista del giornalista superstar all’intellettuale marxista. Ed è uno dei materiali riproposti in un documentario di 60 minuti presentato oggi in anteprima mondiale nell’ultima giornata della Festa del Cinema di Roma. Si intitola “Pasolini, il corpo e la voce” ed è firmato da Maria Pia Ammirati, che delle Teche Rai è direttrice, dal critico letterario Arnaldo Colasanti e dal regista Paolo Marcellini.

Un ricordo dell’intellettuale ammazzato 40 anni fa all’Idroscalo di Ostia, una tessera dell’omaggio alla sua figura che la Capitale compone insieme con un altro docu passato alla Festa, “La voce di Pasolini” di Matteo Cerami e Mario Sesti, e, tra gli altri, uno spettacolo teatrale all’India con la voce di Giovanna Marini. E peccato che sarà trasmesso in tardissima serata da Rai Uno: alle 23,30 del 1° novembre a cura di Speciale Tg1.


Il film alterna interviste a Pasolini a brani dei suoi film e dei documentari da lui girati, alcuni anche come “appunti” a sue sceneggiature. Immagini in bianco e nero, com’era la tv degli anni Settanta, e come era ancora molto cinema di Pasolini, che rimandava anche con questa scelta stilistica a un mondo preindustriale, senza orpelli. Ecco i bambinetti delle borgate. Camminano sullo sterrato in mutandine e sandaletti, mentre le madri hanno steso i panni su un filo che corre da una baracca all’altra. Ecco Sergio Citti che fa a botte con tipi in canottiera bianca, una scena di “Accattone”: “Semo tutti ‘na massa de disgraziati, semo omini finiti, ce scartano tutti! Noi valemo giusto se c’avemo mille lire in saccoccia, sennò nun semo niente. Pure in galera nun ce ponno vede, a noi…”.
Pasolini è il cantore degli umili, di quelli che al massimo, dice in un’altra intervista, “hanno fatto la quarta elementare. Un analfabeta ha una certa grazia che poi si corrompe, quando diventa più colto”. E ancora: “Il passaggio dall’era contadina a quella tecnologica ha fatto sparire il bisogno della famiglia. Non si educano più i figli a essere buoni, ma ad essere buoni consumatori”.
Con l’evidenza del corpo di Pasolini, quella faccia scavata, con gli occhiali scuri, col cappotto lungo, i pantaloni a zampa di elefante e i capelli alzati dal vento delle dune di Castel Porziano, con la cravatta e il vestito nero nel salotto di casa, abbronzato e in camicia denim in un altro incontro in tv o in automobile mentre segue sulla carta geografica il percorso in Palestina verso la Montagna delle Beatitudini…

Con l’evidenza del suo corpo e della sua voce, insomma, il poeta di Casarsa reifica i nodi del suo pensiero. Che la regia ribadisce inserendo tra un fotogramma e l’altro le affermazioni fondamentali, i punti fermi di certe sue battaglie, come usciti direttamente dalla sua “Lettera 24” e trasmigrati poi in articoli di giornali. Sugli scrittori: quelli italiani “dovrebbero anzitutto imparare a memoria Letteratura e vita nazionale di Gramsci e poi smettere di considerare la cosa più importante del mondo il tozzo di pane per la famigliola”.

Sul teatro, allorché dopo un periodo di malattia scrive in due anni sei drammi: “Sia il teatro della Chiacchiera che il teatro del Gesto sono due prodotti della stessa civiltà borghese. Essi hanno in comune l’odio per la Parola”. Sullo sviluppo che “vuole la produzione smodata dei beni superflui, mentre il progresso vuole la produzione di beni necessari”. Sul sesso: “Il Sesso oggi è la soddisfazione di obbligo sociale, non il piacere contro gli obblighi sociali”.

Sulla tolleranza: “E’ falsa, perché in realtà nessun uomo ha dovuto essere tanto normale e conformista come il consumatore. L’ideale di un giovane di oggi, poi, è l’edonismo”.

Pasolini intervistato da Enzo Biagi

Del cineasta Pasolini emergono poi due rari documenti, nei quali chiede aiuto per sue sceneggiatore. Accade per “Il Vangelo secondo Matteo”, allorché interpella Lucio S. Caruso della Pro Civitate Christiana di Assisi e lui lo consiglia di vivere prima i territori di Palestina e poi, con le orme nel cuore, di riprodurli sul set. E accade in “Appunti per un film sull’India”, del 1969, nel quale si rivolge a un gruppo di intellettuali indiani. Un mondo, il Terzo Mondo, che lo affascina, come quello della Roma sottoproletaria scoperta negli anni Sessanta e spiegata così a un naif Ninetto Davoli: “E’ il mondo nel quale la gente lavora ma non ci sono industrie. Come l’Africa, l’Asia. E che io, arrivato dal Friuli come figlio di papà, non conoscevo”.
Già, figlio di papà. Enzo Biagi affonda il coltello nella piaga domandando a Pasolini come fossero i rapporti con il padre: “Difficile parlarne quando sono drammatici e mi hanno reso altrettanto drammatico il confronto con tutto ciò che è paterno, come lo Stato”. Ma lei soffrì del disaccordo tra i suoi genitori, a differenza di suo fratello, continua l’intervistatore, che non la nomina ma gira subdolamente attorno all’omosessualità dello scrittore. Il quale replica: “Mio fratello non ne soffrì più di tanto, per me fu una tragedia. Lui poi divenne partigiano armato. Io invece divenni partigiano ideologico”. 

Infine l’identikit più autentico di se stesso: “Il momento fondamentale del mio carattere è elegiaco e gaio, se potrei dire…mozartiano. Ma non riesce a manifestarsi perché dopo esce fuori la mia angoscia, l’ideologia. Ho cercato di esprimerlo con Uccellacci Uccellini, ma subito sono stato sopraffatto”.
Gli ultimi spezzoni sono il buio, una sagoma nell’ombra, i fari misteriosi di automobili. E sulla cremazione di un corpo indiano l’orazione di Moravia al suo funerale: “Sarà uno dei tre, quattro grandi poeti del nostro secolo. E un poeta è sacro. Ha creato la poesia civile di sinistra, è stato romanziere dei ragazzi di vita capace di osservazione realistica ma anche di soluzioni linguistiche, è stato un grande regista. Un uomo profondamente buono, mite, gentile, che odiava la violenza…”. Nell’intervista postuma, titolata Siamo tutti in pericolo su La Stampa dell’8 novembre 1975,  la premonizione di Pier Paolo: “Questo è un paesaggio diverso. Qui c’è la voglia di uccidere. E questa voglia ci lega come fratelli sinistri di un fallimento sinistro di un intero sistema sociale…Ecco il guaio, ho già detto a Moravia: con la vita che faccio io pago un prezzo. E’ come uno che scende all’inferno. Ma quando torno – se torno – ho visto altre cose, più cose”



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