Giovanna D’Arco dal Teatro alla Scala di Milano, la recensione


Riflessioni sulla rappresentazione della Giovanna D'Arco che ha aperto la stagione alla Scala di Milano

 Il momento dell’inaugurazione della stagione 2015-16 del Teatro alla Scala di Milano, il 7 dicembre, è arrivato: ieri sera in una città blindata, attraversata da forze dell’ordine armate e in borghese, il teatro più prestigioso in Europa e nel mondo si è spalancato al pubblico in tutto il suo splendore, che il clima di angoscia e spesso di terrore che l’Italia – e non solo – sta attraversando, non ha potuto scalfire.

Sotto i riflettori, i 60 microfoni per la stereofonia, e le 10 telecamere ad alta definizione per la diretta streaming di Rai5 – e Radio3 HD per la distribuzione in Europa, in  Australia e in Giappone, la ‘prima’ di “Giovanna d’Arco” di Giuseppe Verdi (1845) è filata via in un soffio, nell’ebbrezza di migliaia di spettatori nel mondo. A seguire la diretta è stata Rai5.

E se il sovrintendente del Teatro Alexander Pereira è entrato per primo in palcoscenico, ad annunciare la sostituzione del baritono Carlos Alvarez – bloccato da una bronchite – con Devid Cecconi, ebbene questo è stato l’unico incidente della serata. La Madunina di Milano ha steso il suo velo sullo spettacolo, quella Madunina sostituita anch’essa con un simulacro della Madonna di Lourdes – siamo in Francia! – che la protagonista Giovanna d’Arco (la bravissima Anna Netrebko) stringeva spesso a sé.

Ma a livello dei particolari nell’allestimento di Christian Fenouillat, questo non è l’unico esempio di presa di distanza dai riferimenti della partitura verdiana. Tutto lo spettacolo si presentava in una stanza squallida e spoglia, dove si accalcavano gli eventi, magari con in fondo la Cattedrale di Notre-Dame, ed in cui potevano entrare simultaneamente Giovanna, il coro variamente vestito (da Agostino Cavalca) e continuamente addossato ai protagonisti, ed il Re di Francia Carlo VII, persino a cavallo.

La rappresentazione della Giovanna D’Arco

Questi poi era un ‘uomo d’oro’, dorato da cima a fondo, manto, armi, corona, capelli e pelle, simbolo inconfondibile del suo ruolo regale.  Quanto a Giovanna, se non era armata era in camicia (anche da notte) bianca, il che pur tenendo conto che ella era una contadina, non giovava certo al suo fisico di interprete.  Ma per fortuna, la bellezza smagliante della sua voce, le tessiture meravigliose, la sensibilità artistica delle modulazioni, compensavano questo ed altro: ed il pubblico la ha ricoperta di applausi, facendo della Netrebko la trionfatrice della serata.

Il che non deve far dimenticare l’interpretazione vocale limpida, serena del tenore Francesco Meli nel ruolo di Carlo VII, né quella necessariamente prudente ma corretta di Devid Cecconi, nella parte di padre di Giovanna d’Arco.

La regìa di Moshe Leiser e Patrice Caurier ha privilegiato una temporalità scenica di tipo psichico – anche se Verdi era un esponente della classica ‘unità di tempo e di luogo’ – spezzando la continuità cronologica a vantaggio della sovapposizione di immagini ed eventi non contemporanei, ma che così si presentano spesso alla coscienza.

Il tutto comunque in un linguaggio minimalista, che può non piacere a tutti ma, ha la sua modernità. Il testo dell’opera di Verdi, elaborato da  Temistocle Solera, si discosta dalla realtà storica di Giovanna d’Arco, adolescente contadina che – seguendo le voci celesti – combatte col Re Carlo VII di Francia contro gli Inglesi, vincendoli e rimettendo il Re sul trono ma,  accusata di stregoneria, viene bruciata sul rogo.

Il sovrintendente Pereira con la moglie

Per motivi di censura, nell’opera verdiana la  pulzella d’Orléans non muore in tal modo, per volere della Chiesa cattolica, ma estenuata dalla sua stessa vita di consumanti ideali. E la sua morte in scena nell’edizione scaligera (ma non molte ce ne sono state nel mondo), è seguita da bellissimi effetti di luce soprannaturale (di Christophe Forey). In compenso, l’opera di Verdi inserisce il cliché romantico dell’amore – non consumato, fra Giovanna ed il Re Carlo VII, che incontrandola in un bosco “Chi sei?” le chiede, e “Ai tuoi detti, o fanciulla, io divampo” – e quello del rapporto non facile fra la diciannovenne Giovanna e il padre, che la condiziona. Ma su ogni cosa si spandeva infine la musica, che la direzione orchestrale del grande Riccardo Chailly, con la sua precisione infallibile e luminosità meravigliosa di tinte, ha portato al successo la serata, peraltro ben guidata da Serena Scorzoni e Matthieu Montanus, con le loro interviste a personaggi illustri. Tutto verrà replicato domenica 13 dicembre alle ore 10.

Qui il Fidelio dello scorso anno.



Potrebbe interessarti anche:


0 Replies to “Giovanna D’Arco dal Teatro alla Scala di Milano, la recensione”

Lascia un commento

Riempi tutti i campi per lasciare un tuo commento. Il tuo indirizzo non verrà pubblicato

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>
*