C’era una volta Studio Uno la recensione


Riflessioni sull'esordio della serie in onda su Rai1 il 13 e il 14 febbraio

 Grandi aspettative, amplificate da un battage pubblicitario di enormi dimensioni. Il punto più alto è stato raggiunto sul palcoscenico dell’Ariston di Sanremo con la presenza delle tre protagoniste femminili: Diana del Bufalo, Alessandra Mastronardi e Giusi Buscemi. Parliamo dell’attesissima serie C’era una volta Studio Uno di cui è andata in onda, lunedì 13 febbraio, la prima delle due puntate.

Ci avevano fatto credere che si sarebbe celebrato lo show per eccellenza della televisione italiana: Studio Uno condotto negli anni Sessanta da Mina. Ci avevano annunciato la presenza della coppia Falqui e Sacerdote a cui si deve l’ideazione del programma e l’arrivo delle gemelle Kessler in Italia. Ci avevano detto che sarebbe stata raccontata la nascita dello show, il dietro le quinte, gli intrighi e le lotte interne all’azienda Rai in quel periodo.

Ogni aspettativa è miseramente crollata dinanzi alla banalità di una serie che ha posto tre storie d’amore, per di più inventate, al centro della sceneggiatura. Tre vicende da feuilleton, inserite nel contesto del più prestigioso show che appare come un pretesto per un plurimo romanzetto rosa. Amori di infima categoria, figli nascosti, perbenismi di un’epoca piena di finti moralismi, di virtù apparenti e di vizi nascosti.

La Rai che allora, nel 1961, aveva appena sette anni di vita, esce da questa fiction, banalizzata in schemi falsi e retorici, secondo i classici metodi della fiction italiana.

Non c’era alcun bisogno, per raccontare Studio Uno, di ricorrere ad un romanzo di fantasia con tre giovani attrici che hanno ancora molto, troppo, da imparare.

Alessandra Mastronardi deve ancora affrancarsi da I Cesaroni, famiglia televisiva nella quale è nata artisticamente. Giusi Buscemi fa sfoggio solo dell’appeal fisico al quale non corrisponde una maturità di recitazione. Diana del Bufalo appare completamente inadatta, superficiale nella recitazione e senza spessore.

Tutte e tre inseguono l’amore dietro le quinte di Studio Uno. Tutte e tre in maniera differente assaporano delusioni, inganni, frustrazioni ma non rinunciano al sogno di far parte dell’azienda televisiva.

Unica realtà sempre attuale, rappresentata nel racconto televisivo, è il groviglio di giochi politici e di raccomandazioni, di favori sessuali e di scambi di cortesie.

Studio Uno, come è presentato dalla fiction, perde ogni fascino. E dire che la casa di produzione è la Lux Vide di Luca e Matilde Bernabei, figli di Ettore Bernabei, potente ma intelligente direttore generale della Rai dell’epoca. Proprio per questo ci si sarebbe aspettato un maggior riguardo nei confronti dello storico show che, alla fine rimane quasi in secondo piano. E bene ha fatto Antonello Falqui a bocciare la serie senza mezzi termini nell’intervista che ci ha concesso.

Per quanto riguarda le ricostruzioni dell’epoca sono semplicistiche e superficiali. Non bastano qualche auto di quegli anni parcheggiata nelle poche scene girate in esterni e pochissimi altri elementi, a caratterizzare i mitici anni Sessanta.



3 Replies to “C’era una volta Studio Uno la recensione”

  • Giulia MR

    Grazie, perché anche io sono rimasta SCONVOLTA da questa fiction, per la banalità complessiva, la cattiva regia, le sceneggiature fuori contesto, le scenografie poco attendibili, l’impreparazione delle attrici… nemmeno la più blanda delle telenovelas argentine raggiunge tale livello di mediocrità
    Mastronardi non si guarda
    La Miss per carità, una Barbie
    La Del Bufalo, brutto personaggio male interpretato
    Tutte inconsapevoli del contesto che dovevano evocare….
    Neanche si sa rendere l’adrenalina e il senso d’attesa e miracolo che davvero animava le giovani dell’epoca, e tutta quell’epoca
    Una delusione pazzesca, un senso di rabbia misto a pena, a dimostrare che certi Miti devono rimanere al loro posto, non li si può emulare, ricreare, ma solo e soltanto ricordare, e ammirare negli spezzoni televisivi che valgono più di mille stupide fiction

  • Titti

    Si notano due consolidate difficoltà della fiction italiana. Primo: l’assenza di un minimo di profondità storica, per la quale è insufficiente l’ambientazione, in cui collocare personaggi e vicende di fantasia credibili proprio perché autentiche rispetto al tempo che si narra. Secondo: capire che certe storie e vicende sono talmente straordinarie che non serve sbiadirle nella soap opera.
    Strano se si pensa alla gloriosa tradizione letteraria del romanzo storico e televisiva dello sceneggiato italiani.
    Resta sempre il dubbio se si tratti di una scelta, rivelatrice di un’opinione sul pubblico generalista non proprio lusinghiera, o di una lacuna culturale di sceneggiatura e regia.

  • Tina

    Devo dire…purtroppo…ma sono d’accordo questa volta. È stato un evento, oserei dire, storico/culturale all’epoca. Nell’Italia bacchettona di allora, pur con l’imposizione delle calze nere alle Gemelle, è stato un soffio d’aria fresca in sintonia col cambiamento in atto. Questa “specie” di fiction sembra sceneggiata da chi ha visto qualche spezzone a caso senza sapere, né chiedersi, nulla di tutto ciò. Il “prodotto” peggiore che abbia da visto da anni e in una Rai rigenerata che ci ha saputo dare Cavalli di battaglia! Spero che sia un caso a sè stante o dovrò pensare che ci vogliono risbattere nel medioevo televisivo.

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