Di padre in figlia, la recensione


Riflessioni sulla serie interpretata da Alessio Boni nel ruolo di un padre padrone.

 Sembra che tutto l’antifemminismo più crudele, cruento, oscurantista e anacronistico sia stato concentrato nel personaggio di Giovanni Franza interpretato da Alessio Boni. Solo lui, il distillatore di grappa per eccellenza, maschilista oltre i limiti della decenza, che tratta le tre figlie come scomode suppellettili, è l’avversario da combattere per conquistare pari diritti e dignità.

Così ha stabilito la sceneggiatura della serie Di padre in figlia di cui è andata in onda la prima puntata martedì 18 aprile su Rai1. Una sceneggiatura scolastica, molto prevedibile che attinge, naturalmente, a piene mani dalla realtà del periodo compreso tra il 1958 e gli anni Ottanta ma la manipola e la adatta a dei personaggi molti dei quali appaiono poco credibili. A cominciare da Giovanni Franza, capofamiglia dispotico, perfetto esempio di padre padrone e marito al quale la moglie Franca  (Stefania Rocca) deve cieca obbedienza fuori e dentro il letto matrimoniale. Un maschio abituato a soddisfare i propri appetiti sessuali tra il legittimo talamo ed il bordello del paese.

Lei, Franca, è analfabeta e nasconde un segreto, unico vincolo che la lega al marito, non certo l’amore. Vengono scoperchiati, così, come da un vaso di Pandora, tutti i mali della famiglia Franza equamente distribuiti fra i suoi componenti. Oltre i genitori, i tre figli rappresentano tre prototipi standardizzati: l’ambiziosa Maria Teresa (Cristiana Capotondi) consapevole di essere considerata una donnicciola insignificante dal padre e tutta tesa a prendersi la dovuta rivincita, la sorella Elena (Matilde Gioli) tipica esponente di un’adolescenza alla scoperta del sesso. E poi Antonio, il tanto atteso e amato figlio maschio che, invece, non si rivela all’altezza delle aspettative del padre. 

Franca con il suo segreto da Puente Viejo e la prostituta che si redime e apre una boutique di moda evocano alcune atmosfere da soap opera. Ma il crisma delle verità storiche raccontate, al di là della finzione dei personaggi, dovrebbe assolvere questi peccati nei quali la fiction made in viale Mazzini è solita cadere.

Rivoluzione femminista? lotta per la parità dei diritti? Argomenti troppo nobili per essere rappresentati in un racconto limitato, schematico e prevedibile ma estremamente pretenzioso, nel quale il maschio brutale rappresentato da Giovanni Franza, è l’unico a dover essere punito.La realtà è stata ed è ancora molto più complessa. Perchè alcuni dei grandi problemi sulla effettiva parità delle donne non sono stati ancora risolti, nonostante l’emancipazione femminile. Una emancipazione molto diversa da quella stereotipata che viene raccontata nella fiction e che merita ancora una profonda riflessione.

In quest’ottica, le scene migliori sono apparse quelle originali degli anni Settanta prestate dalle Teche Rai. 

C’è però, da sottolineare la ricercata ricostruzione dell’epoca che, per molti aspetti, potrebbe anche essere soddisfacente. L’altro elemento positivo è l’ambientazione: Bassano del Grappa, dove si svolgono i fatti raccontati, è valorizzata al massimo attraverso una fotografia che ne fissa la bellezza e la solennità dei paesaggi.

Ultime osservazioni: possibile che nella fiction recente, quando si tratta di Sorelle, una deve chiamarsi necessariamente Elena? Il riferimento è alla serie appena conclusasi con Anna Valle e Ana Caterina Morariu, dal titolo proprio Sorelle.

Quanti altri ruoli da studentessa deve ancora interpretare Cristiana Capotondi perennemente indaffarata a sostenere esami?

Infine: molti spot, negli intermezzi pubblicitari reclamizzavano grappe. 



3 Replies to “Di padre in figlia, la recensione”

  • maurizio gasparini

    Effettivamente, come al solito, gli sceneggiatori si rifanno a pregiudizi, a stereotipi senza mai in nessun caso voler adeguare la loro visione ad una ragionevole motivazione storica.
    I personaggi sono davvero banali, appunto da soap opera, stereotipati anch’essi.
    La prima puntata è davvero negativa. Si salva solo il rapporto, alquanto improbabile, anche questo, fra la
    moglie e la ex prostituta. Almeno lì c’è un pò di poesia.
    Peccato. Speriamo che il tempo e le prossime puntate non facciano rimpiangere i soldi del canone.

  • Alessandra Brunetti

    Salve, ho cercato sul Web qualche commento/recensione relativo alla prima puntata di Di Padre in Figlia, tanto osannata perfino su TV Talk, e ho trovato il suo, che coincide in massima parte col mio.
    La prima puntata infatti non mi è piaciuta affatto, tutto ricorda una soap opera di bassa qualità e la sceneggiatura è veramente raffazzonata da fiction di Mediaset e non da RAI UNO.
    Possibile mai che nel 68 una donna neanche del Sud profondo ma di un paese vicino Bassano,di neanche 40 anni non sapesse nè leggere, nè scrivere?
    E la prostituta che và ad aprire un negozio nel posto dove tutti sanno cosa faceva prima per vivere…. lo credo che legge, dato che non lavora…
    Vedremo in seguito, se si risolleverà,ma ne dubito, non mi piace l’unione di una cosa seria come il femminismo con una specie di fotoromanzo.

  • Caterina

    Buongiorno, tra le incongruenze storiche che punteggiano la fiction, vorrei segnalarne una relativa alla 2a puntata. Appena conseguita la laurea in Chimica (che si presume collocabile nel 1973, dato che poche sequenze successive si riferiscono al capodanno 1974), Maria Teresa dice che le è stato proposto un dottorato. IMPOSSIBILE. Il dottorato di ricerca nasce in Italia nel 1980.
    Cordiali saluti.

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