Il cacciatore | Briguglia: quanto è difficile interpretare un mafioso


L'intervista all'attore siciliano che nella nuova serie di Rai 2 interpreta Tony Calvaruso, autista del boss Bagarella. Un ruolo del tutto nuovo per Briguglia, che si distacca da quelli precedentemente interpretati.


 Paolo Briguglia, classe 1974, è tra i protagonisti de “Il Cacciatore”, da stasera in onda su Rai 2. L’attore siciliano veste i panni dell’autista personale di uno dei più pericolosi capi di Cosa Nostra, Leoluca Bagarella. Tra gli altri suoi lavori, ricordiamo le fiction: Giovanni Falcone – L’uomo che sfidò Cosa Nostra di Andrea ed Antonio Frazzi, Caravaggio, Il figlio della luna. I telespettatori lo hanno visto anche nella serie Tutto può succedere. Abbiamo incontrato Briguglia che ci ha raccontato il suo personaggio ne Il Cacciatore e tutte le notizie per comprendere meglio la nuova serie.

Come descriverebbe il suo personaggio?

Interpreto Tony Calvaruso, un palermitano che, pur senza alcuna aspirazione criminale, si trova coinvolto in una storia tremenda e diventa l’autista di Leoluca Bagarella. Il suo è un percorso abbastanza inedito nel racconto della mafia perché non è un efferato assassino e non vuole diventare chissà chi, però per necessità economiche si trova coinvolto nelle vicende raccontate dalla fiction. Pensa ingenuamente di poterle attraversare indenne, limitandosi al suo ruolo di autista. A poco a poco, però, Bagarella lo coinvolge nelle sue attività criminali, lo comincia a presentare come un affiliato a Cosa Nostra e quindi si ritrova intrappolato. Non a caso, verrà arrestato perché affiliato a Cosa Nostra. Per fortuna non riuscirà ad uccidere mai, pur essendo presente in prima persona ad alcuni omicidi. Questo accorcerà di tanto la sua pena. Poi lui comunque diventerà un collaboratore di giustizia e sarà determinante per la cattura di molti mafiosi.

La fiction è stata girata interamente in Sicilia?

Gran parte delle riprese sono state effettuate a Palermo, tranne alcune che invece sono state fatte a Roma.

Com’è stata l’accoglienza dei palermitani?

A Palermo, ormai, sono molto abituati a film sulla mafia, se ne fanno tantissimi. Non è più come vent’anni fa, quando si poteva percepire una velata ostilità. Anzi, la mafia, se può, cerca anche di intrufolarsi in contesti del genere: sono persone furbe. Qualche anno fa si scoprì che qualcuno, in odor di mafia, affittava addirittura attrezzature per produzioni cinematografiche: questa è gente che non si fa problemi, a cui non importa niente di niente.

Lei è, per l’appunto, siciliano, quindi nell’interpretare una fiction del genere può esserci una particolare compenetrazione emotiva. Come si è approcciato a questa avventura televisiva, vista anche la sua provenienza geografica?

Mi è capitato più spesso di fare il personaggio della vittima, del parente delle vittime, del carabiniere o rappresentanti della magistratura. Stare dalla parte dei criminali, invece, richiede un lavoro d’interpretazione completamente diverso, perché significa cercare di calarsi in pensieri ed emozioni di chi si trova a vivere in quel mondo. Il mio personaggio è particolare perché non è convinto di quello che fa, non è un criminale che gode nell’uccidere, è una persona che soffre molto a trovarsi nella sua situazione, quindi il lavoro interpretativo richiedeva di rappresentare questo aspetto dell’umanità.

Prossimi impegni professionali?

Sono in via di definizione. Per il prossimo anno sono previsti progetti interessanti per il teatro. Per il resto, si vedrà.



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