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Stalking show

Marida Caterini

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Il telespettatore ne è disgustato. E’ in overdose da chiacchiere volgari, si sente oggetto di stalking mediatico. Al punto da poter parlare addirittura di stalking show e non più di talk show. La tv è la rappresentazione speculare della società, nessuna meraviglia quindi che, ad una società cruenta, faccia riscontro un piccolo schermo come quello attuale.
Come nella quotidianità si è poco propensi ad ascoltare, comprendere e magari scusarsi, così accade anche nella vita televisiva. La verità è che i cittadini cominciano seriamente a stancarsi della politica che oramai condiziona la vita televisiva dalle prime ore dell’alba con Uno mattina e Agorà, fino a tardi, con Tg3 Linea notte. A questo si aggiunga la presenza dei notiziari che riportano i soliti intrighi e le risse dei palazzi del potere. Oramai siamo giunti all’assurdo che il flusso continuo di notizie politiche è intervallato da trasmissioni  con la medesima valenza degli spot pubblicitari.
Stesse facce, stessi volti, medesimi personaggi in un rincorrersi che spesso assume i connotati dell’ubiquità televisiva. Se un programma è registrato e un altro è in diretta, può accadere che un ospite sia, nello stesso tempo, presente in contemporanea su canali diversi.
L’overdose di talk show e il rapido degrado del genere, di cui già si avvertivano i sintomi, hanno raggiunto la massima espressione con la ripresa della stagione televisiva. Vi hanno contribuito due fattori: il basso costo dei programmi basati sulla dialettica televisiva e un’estate che non ha mandato in ferie, come di consueto, l’informazione politica. Anzi, nel tentativo di rilanciarla sotto il solleone, ha creato piccoli mostri che hanno fagocitato quanto di buono era stato creato nel settore. Un esempio: Virus il contagio delle idee programma di approfondimento politico, nato agli inizi di luglio 2013, avrebbe dovuto essere il fiore all’occhiello non solo di Rai2 ma di un’azienda televisiva pubblica impegnata a documentare una situazione politica delicata e sull’orlo della crisi anche durante il mese d’agosto.
Risultato: una ulteriore disaffezione al genere anche per il modo convulso con cui Maurizio Porro, il conduttore di Virus, abbandonata momentaneamente la carta stampata, ha gestito il talk show.

La genesi del talk show è nota: tutto iniziò una sera di ventiquattro anni fa in una puntata del Maurizio Costanzo show: un giovane critico d’arte, semisconosciuto, insultò volgarmente la Preside del liceo Virgilio di Roma per le poesie di cui era autrice. Nasceva televisivamente parlando Vittorio Sgarbi il cui cognome è stato profetico (Nomen omen). Da quel momento gli italiani sono rimasti affascinati dal litigio in tv che, creato spesso ad arte, ancora oggi è ritenuto foriero di ascolti. Il voyeurismo della rissa familiare raggiunse il massimo con il programma condotto da Luca Barbareschi C’eravamo tanto amati: insulti e improperi tra coppie in crisi anticiparono, nel 1989, l’epoca del Grande Fratello televisivo arrivata solo nel 2000. Poi la tele-rissa si spostò nel settore politico prendendo le distanze dalle vecchie ma composte Tribune politiche di Jader Jacobelli. Adesso ci si comporta come leoni nell’arena. E non a caso il talk show domenicale di Massimo Giletti si chiama proprio l’Arena.

Per anni la triade Vespa- Santoro- Floris sulle tre principali reti Rai, ha proposto un modello di talk avulso dal trash e dalla volgarità. Fabio Fazio, subentrato successivamente, ha introdotto, con Che tempo che fa, la chiacchiera radical chic in un programma nel quale la “parola” viene declinata in tutte le sfaccettature spettacolari, compresa quella dell’ironia e della satira politica e di costume di cui è interprete Luciana Littizzetto. Quattro esempi non immuni dalla generale disaffezione del pubblico generalista stanco persino dei commenti comici  di personaggi più o meno noti all’interno dei vari talk. L’ultimo trend, infatti, è la presenza del comico all’interno di ogni talk show nel vano tentativo di rianimarne gli ascolti.

C’è un filo rosso che unisce la realtà documentata dai Tg all’aumento esponenziale dela rissa in tv: la politica si comporta come la famiglia che non riesce più a risolvere pacificamente, al proprio interno, i dissapori e le incomprensioni della convivenza. E ricorre a metodi estremi pur di imporre la propria brutale prevaricazione. Una violenza che si allarga a macchia d’olio nei talk show e si esalta nell’uso di un linguaggio da suburra. Insomma, il talk show, da spettacolo della parola è degenerato in spettacolo della parolaccia.


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Giornalista, esperta di spettacoli, in particolare di televisione. È stata per dieci anni critico televisivo de Il Giornale d’Italia con la direzione di Luigi D’Amato. Dal 1997 si occupa per il quotidiano Il Tempo di spettacoli, soprattutto di tv. Si occupa di cultura per il sito di Panorama. Ha collaborato in passato con le maggiori testate nazionali, tra cui Il Sole 24 ore, Il Mattino, Il Giornale. Ha ricoperto il ruolo di docente di Teorie e tecniche della critica televisiva nel master per laureati in Scienze della Comunicazione, organizzato dall’Università La Sapienza di Roma. Ha vinto il dattero d’argento al Salone Internazionale dell’umorismo di Bordighera. É stata titolare per tre anni della rubrica “Dietro le quinte” su Il Giornale d’Italia, analizzando, ogni settimana, un evento di cronaca, di politica o di spettacolo sotto la lente dell’umorismo.

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Qualche idea in più

Irene Natali

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I segreti del mestiere

Irene Natali

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Luglio 2017 è la fine dei talk show?

Irene Natali

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L’ultima stagione televisiva è stata quella che, forse, ancor più delle precedenti, ne ha mostrato i molti segni di stanchezza.
Inaugurata a settembre con Politics-Tutto è politica, che nelle intenzioni avrebbe dovuto rinnovare il genere, si è invece conclusa non solo con la chiusura dello stesso Politics, ma anche de La Gabbia Open e L’Arena. Dopo mesi di confronti serrati, spesso litigi, sono caduti sul campo Gianluca Semprini, Gianluigi Paragone e Massimo Giletti: nessuno di loro tornerà alla conduzione dei propri programmi.
Una moria trasversale alle reti, alle declinazioni del genere, e persino ai risultati d’audience. A tal proposito infatti, va sottolineato che se lo share di Politics e La Gabbia languivano, quello de L’Arena insidiava e teneva testa alla domenica di Barbara D’Urso.

giletti

Negli anni i talk show si sono moltiplicati, spaziando attraverso politica, cronaca, attualità, intrattenimento. Grazie ai loro costi bassi sono state coperte prime e seconde serate, pensati i palinsesti: politici e ospiti in promozione, in studio senza compenso, hanno consentito di realizzare prodotti televisivi a budget ridotto. Ne è conseguita una pluralità di programmi presidiati a turno dagli stessi esponenti politici, opinionisti, giornalisti.
La stagione 2016-2017 ha inoltre segnato, definitivamente, il consolidamento di un nuovo trend. I segnali si erano già avuti in precedenza, ma è nei mesi scorsi che è divenuto realtà effettiva: si tratta dell’arrivo dell’intrattenimento nei talk politici. Perché se è vero che per le reti è conveniente produrli, è altrettanto vero che i risultati elettorali dimostrano quanto la contemporaneità sia caratterizzata da una forte sfiducia nei confronti dei nostri rappresentanti.

politics

In un periodo in cui i partiti, o meglio la politica in generale, hanno perso credibilità, non si può certo contare sul loro appeal per tenere i telespettatori incollati davanti allo schermo. Per ovviare al problema perciò, si è cercato di puntare sui personaggi dello spettacolo: invitandoli a dare la propria opinione, oppure riservando loro un apposito segmento per sponsorizzare i lavori in uscita.
Matrix ha persino affidato una serata a Piero Chiambretti, che si è alternato a Nicola Porro. E Bianca Berlinguer con #Cartabianca ha ottenuto il picco di ascolti con Flavio Insinna, quando il volto di Rai 1 è arrivato nello studio di Rai 3 per difendere la propria immagine dagli attacchi di Striscia la notizia. Un dato indicativo, questo.

cartabianca insinna foto2

Data la loro convenienza economica, i talk show torneranno anche nella stagione al via a settembre. Inflazionati, ne sarebbe opportuno un ripensamento: la ridefinizione dovrebbe interessare sia i contenuti che il format, per evitare l’impressione di programmi uno fotocopia dell’altro.
In questo senso va citato come virtuoso l’esempio di Nemo-Nessuno escluso. Nato come programma di approfondimento, Nemo è riuscito gradualmente a conquistare telespettatori e guadagnarsi la riconferma: pur non essendolo in senso classico, gli autori vi hanno inserito alcuni elementi del talk, grazie alla presenza di ospiti e interventi mirati.
Di certo la soluzione non può essere quella attuale, che consiste nel prolungamento a notte inoltrata per racimolare briciole di share.

 

 


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