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La cronaca nera ha invaso i palinsesti

Marida Caterini

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Una volta c’erano solo i servizi dei notiziari a comunicare le notizie di cronaca nera. Omicidi, morti violente, tragedie sociali, personali, non uscivano dai servizi giornalistici del Tg. Poi si è capito che intorno ad ogni dramma esiste un indotto umano fatto di parenti, amici, conoscenti. La città stessa, i piccoli centri, teatri del fatto di sangue, sono divenuti protagonisti a tutti gli effetti. E su di loro si è scatenata la furia  invasiva degli inviati di troppi programmi.

Inseguire, con il microfono in mano, chiunque possa fornire anche una vaga testimonianza sul fatto accaduto, diventa lo sport televisivo nazionale. Gli inviati presidiano i luoghi delle tragedie, stazionano nei tribunali, e fuori  dalle abitazioni di parenti e amici delle persone coinvolte.  Scatta una una vera e propria aggressione mediatica in nome della curiosità strappa-audience e di un’ipocrita retorica di mestiere che fa leva sul dolore. Nascono, con queste premesse programmi come Quarto grado, Amore criminale, cambia pelle persino Chi l’ha visto? programma nel quale il confine tra la ricerca degli scomparsi e il fatto di sangue diviene sempre più labile.

La tragedia viene drammatizzata in modo spettacolare, e diventa l’elemento cardine di un reality show. I protagonisti vengono analizzati, studiati, psicanalizzati, indagati, come i concorrenti di un GF qualunque. Il confessionale, alternativamente, lo si ritrova a Porta a portaLa vita in diretta o Pomeriggio 5. Quando  anche l’intrattenimento domenicale si macchia di sangue, ci si rende conto che il macabro è divenuto un business televisivo appetibile dagli investori pubblicitari. Domenica in così è la vita, su Rai1, si fa scudo del titolo, per percorrere la strada del blood show. E Domenica live, su Canale 5, si è prestata addirittura, alla consacrazione di presunti assassini a personaggi televisivi.

Il caso Avetrana, con la frequente presenza di Michele Misseri nel contenitore domenicale è l’esempio più discutibile di un trend che ha sollevato la protesta di gran parte dell’opinione pubblica. Più volte allo zio Michele, accolto quasi come una persona di famiglia, è stato persino consentito di giustificare l’atrocità deila sua condotta. Addirittura, in alcune trasmissioni, gli è stato chiesto di mostrare concretamente, il modo con cui avrebbe ucciso la piccola Sara. Il telespettatore, inorridito, lo ha visto recitare la parte che volta dopo volta, si è costruita addosso, con tutte le varianti e le contraddizioni possibili.

Anche il caso di Cogne, risalente al 2002 è significativo. Il delitto del piccolo Samuele è stato sfruttato dai mass media, soprattutto da talk show come Porta a porta che hanno ricostruito infinite volte la scena del delitto, attraverso il “modellino” della casa dei Franzoni. Modellino che in seguito, è divenuto una sorta di macabro cult  per tutti gli altri fatti di cronaca nera.  Il caso fu sapientemente sfruttato anche da Anna Maria Franzoni, accusata poi dell’omicidio del figlio, per accattivarsi la simpatia del pubblico, diviso in colpevolisti e innocentisti. Tutti ricordano le sue lacrime che forse le servivano per trasformarsi da carnefice in vittima.

Elemento indispensabile della drammaturgia dell’orrore è la tecnica dell’attesa che apre sempre nuovi scenari e impone una riflessione.  Dal punto di vista televisivo, la metamorfosi dei gusti del pubblico ha una ragione profonda: la cronaca nera ha sostituito, per certi aspetti, nell’immaginario televisivo, il gradimento delle telenovelas sud americane. Ogni  evento, nelle infinite lunghe puntate, veniva declinato con parsimonia, con numerosi flash back finalizzati a mantener viva l’attenzione curiosa del telespettatore. Col risultato che spesso, in troppi episodi non accadeva proprio nulla.

Il medesimo meccanismo dell’attesa è applicato alla cronaca nera. Salvo Sottile su un’esile informazione riesce a costruire un’intera puntata di Quarto grado. Il pubblico, se non riesce a seguire questi programmi li registra per guardarli con morbosa curiosità in un momento successivo. Addirittura trasmissioni simili vengono seguite più volte. La ripetività e la prevedibilità non allentano la macabra fascinazione  dei vari personaggi.

Ne approfittano autori e sceneggiatori che,attraverso la docu-fiction, ricostruiscono scene madri di omicidi, sgozzamenti, soffocamenti e violenze di ogni tipo, esasperando il gusto del macabro. Un esempio  per tutti, Amore criminale trasmesso da Rai3, facendosi scudo della condanna del Femminicidio, ha proposto scene raccapriccianti di voyeurismo televisivo con in primo piano attori che fingono di morire trucidati.  In programmi simili non c’è nulla di giornalistico.

Naturalmente questo trend è esteso alla blood Sunday. A Domenica live si ospitano parenti di giovani vittime massacrate e, attraverso un dialogo fintamente buonista, si sfrutta la debolezza del dolore per incrementare la curiosità e far lievitare gli ascolti.

Credo che il pubblico attento al voyeurismo della cronaca nera, sia l’equivalente di quello più erudito che si appassiona al genere letterario del giallo con risvolti psicologici. Lo spettatore, al pari del lettore, ama cercare le motivazioni di gesti così efferati, scavare nella personalità degli assassini, per poi allontanarsene disgustato. E da questo orrore prendere le distanze. Lo spettatore, insomma, trova in questi programmi anche un motivo per giudicare, analizzare, condannare, ergendosi a giudice unico e assoluto. Ognuno ricostruisce, nel proprio immaginario, una sorta di processo.

Un processo fatto di innumerevoli udienze, nel quale lo spettatore non è solo soggetto passivo, ma con il proprio interesse, contribuisce a creare il successo mediatico del programma. Il pubblico diventa attore  giudice, avvocato, si sente investito di responsabilita.Assolve o condanna  ben consapevole che e’ la propria coscienza a guidarne la sentenza. Ci sono casi ai quali ci si e’ appassionati particolarmente, come il delitto di Perugia in cui fu uccisa Meredith Kercher. Attorno ai fidanzati maledetti, Amanda Knox e Raffaele Sollecito, si è creato un gran clamore mediatico.

Per concludere, ritengo  che il mondo televisivo sia a una svolta: il futuro non potrà più occuparsi solo di cronaca nera. L’overdose del macabro televisivo ha generato una situazione insostenibile. E’ tempo di ripensamenti, è il momento di fare un passo indietro, cambiare registro. Due le ipotesi: o restituire all’ intrattenimento il ruolo televisivo tradizionale, oppure finalmente cercare nuove idee.

 

 

 

 

 


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Giornalista, esperta di spettacoli, in particolare di televisione. È stata per dieci anni critico televisivo de Il Giornale d’Italia con la direzione di Luigi D’Amato. Dal 1997 si occupa per il quotidiano Il Tempo di spettacoli, soprattutto di tv. Si occupa di cultura per il sito di Panorama. Ha collaborato in passato con le maggiori testate nazionali, tra cui Il Sole 24 ore, Il Mattino, Il Giornale. Ha ricoperto il ruolo di docente di Teorie e tecniche della critica televisiva nel master per laureati in Scienze della Comunicazione, organizzato dall’Università La Sapienza di Roma. Ha vinto il dattero d’argento al Salone Internazionale dell’umorismo di Bordighera. É stata titolare per tre anni della rubrica “Dietro le quinte” su Il Giornale d’Italia, analizzando, ogni settimana, un evento di cronaca, di politica o di spettacolo sotto la lente dell’umorismo.

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Qualche idea in più

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I segreti del mestiere

Irene Natali

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Luglio 2017 è la fine dei talk show?

Irene Natali

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L’ultima stagione televisiva è stata quella che, forse, ancor più delle precedenti, ne ha mostrato i molti segni di stanchezza.
Inaugurata a settembre con Politics-Tutto è politica, che nelle intenzioni avrebbe dovuto rinnovare il genere, si è invece conclusa non solo con la chiusura dello stesso Politics, ma anche de La Gabbia Open e L’Arena. Dopo mesi di confronti serrati, spesso litigi, sono caduti sul campo Gianluca Semprini, Gianluigi Paragone e Massimo Giletti: nessuno di loro tornerà alla conduzione dei propri programmi.
Una moria trasversale alle reti, alle declinazioni del genere, e persino ai risultati d’audience. A tal proposito infatti, va sottolineato che se lo share di Politics e La Gabbia languivano, quello de L’Arena insidiava e teneva testa alla domenica di Barbara D’Urso.

giletti

Negli anni i talk show si sono moltiplicati, spaziando attraverso politica, cronaca, attualità, intrattenimento. Grazie ai loro costi bassi sono state coperte prime e seconde serate, pensati i palinsesti: politici e ospiti in promozione, in studio senza compenso, hanno consentito di realizzare prodotti televisivi a budget ridotto. Ne è conseguita una pluralità di programmi presidiati a turno dagli stessi esponenti politici, opinionisti, giornalisti.
La stagione 2016-2017 ha inoltre segnato, definitivamente, il consolidamento di un nuovo trend. I segnali si erano già avuti in precedenza, ma è nei mesi scorsi che è divenuto realtà effettiva: si tratta dell’arrivo dell’intrattenimento nei talk politici. Perché se è vero che per le reti è conveniente produrli, è altrettanto vero che i risultati elettorali dimostrano quanto la contemporaneità sia caratterizzata da una forte sfiducia nei confronti dei nostri rappresentanti.

politics

In un periodo in cui i partiti, o meglio la politica in generale, hanno perso credibilità, non si può certo contare sul loro appeal per tenere i telespettatori incollati davanti allo schermo. Per ovviare al problema perciò, si è cercato di puntare sui personaggi dello spettacolo: invitandoli a dare la propria opinione, oppure riservando loro un apposito segmento per sponsorizzare i lavori in uscita.
Matrix ha persino affidato una serata a Piero Chiambretti, che si è alternato a Nicola Porro. E Bianca Berlinguer con #Cartabianca ha ottenuto il picco di ascolti con Flavio Insinna, quando il volto di Rai 1 è arrivato nello studio di Rai 3 per difendere la propria immagine dagli attacchi di Striscia la notizia. Un dato indicativo, questo.

cartabianca insinna foto2

Data la loro convenienza economica, i talk show torneranno anche nella stagione al via a settembre. Inflazionati, ne sarebbe opportuno un ripensamento: la ridefinizione dovrebbe interessare sia i contenuti che il format, per evitare l’impressione di programmi uno fotocopia dell’altro.
In questo senso va citato come virtuoso l’esempio di Nemo-Nessuno escluso. Nato come programma di approfondimento, Nemo è riuscito gradualmente a conquistare telespettatori e guadagnarsi la riconferma: pur non essendolo in senso classico, gli autori vi hanno inserito alcuni elementi del talk, grazie alla presenza di ospiti e interventi mirati.
Di certo la soluzione non può essere quella attuale, che consiste nel prolungamento a notte inoltrata per racimolare briciole di share.

 

 


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