Rai 3, come cambia il look della rete dopo il dress code di Daria Bignardi


Il dress code di Daria Bignardi per conduttori e giornalisti della rete


Dopo anni di sudate carte, proprio adesso che Milena Gabanelli si era decisa a lasciarsi andare alla minigonna, su Rai 3 è piombata la netiquette vestiaria di Daria Bignardi. Dev’essere stato questo improvviso colpo di testa, a convincere la direttrice della terza rete.
Non si capisce altrimenti perché concepire la fatica più inutile sulla faccia del globo terracqueo: pensare un dress code per imporre sobrietà a Rai 3, canale dove il personaggio più esuberante è Bianca Belinguer con le sue camicette. Specie perché le recenti cronache di costume ci hanno regalato un insegnamento preciso, e cioè che, per togliere appeal a una donna, basta molto meno: sarebbe stato sufficiente distribuire calze verdi.

Anche se trascorso qualche anno, la Bignardi ha certamente un caro ricordo di quei mesi, non troppo lontani per la verità, in cui un loden simboleggiava il ritorno alla serietà dopo anni di barzellette da villaggio turistico malfamato.

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A Rai 3 tira il vento di un borghese rinnovamento estetico: giornaliste e conduttrici non possono essere troppo avvenenti né suscitare una parvenza di sensualità. La ricetta prescrive: camicette dai colori tenui, niente tacco 12, né scollature, tubini fascianti o trucco vistoso. Probabilmente molte si sono sentite colpite nella propria credibilità professionale, ma è chiaro che ci sia un qualche sfortunato equivoco di fondo: forse la Bignardi pensava che la Tatangelo vista a I migliori anni, fosse in diretta su Rai 3.

tatangelo i migliori anni
Intenti a pensare alla libertà femminile violata, si è invece trascurato il cuore della questione. Il decoro non è solo al femminile: per gli uomini sono previsti completo, anche gessato, con camicia e cravatta. Con la conseguenza che qui si rischia di riscrivere i programmi: che ne sarà di Gazebo e delle t-shirt di Zoro, sfoggiate per piacere ai telespettatori che vogliono piacere? Anzi, toccherà proprio cambiare nome d’arte, perché uno “zoro” incravattato non si è mai visto. Pare infatti che non saranno accettate deroghe. Dunque, che fare? Si procede di giacca e poi, per adeguarsi allo stile della social top ten, si indossa la magliettina durante la pubblicità?

Gazebo zoro diego bianchi

Oppure bisognerà tagliare la zazzara a Mirko Matteucci? Se i volti del servizio pubblico devono essere rassicuranti, l’azienda non può portare in video gente che, citando Guareschi, pare fornita come una lepre in viaggio.

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E Michele Mirabella? Di certo dovrà rinunciare al vezzo d’antan delle bretelle, e pure per le cravatte a pois si avvicinano giorni bui. Sarà poi sufficientemente sobrio, quel capello rossiccio? Per non parlare del bianco catarifrangente della chioma di Beppe Severgnini: troppo sfacciata nella sua manifestazione esteriore.

Intanto sulla rete imperversa la programmazione estiva, tra vecchi film e e trasmissioni che chiudono la stagione televisiva. Gli effetti di questo dress code si vedranno meglio da settembre, solo che essendo Rai 3, si può già azzardare una previsione: non se ne capirà la differenza. In compenso però, la direttrice si sarà guadagnata una discreta quantità di punti antipatia.



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