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Nero a metà serie tv | la recensione

Nero a metà serie tv | la recensione. Analisi e riflessioni sulla prima puntata della serie poliziesca interpretata da Claudio Amendola e in onda su Rai1.

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Nero a metà serie tv | la recensione. Analisi e riflessioni sulla prima puntata della serie poliziesca interpretata da Claudio Amendola e in onda su Rai1.
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La scena si è spostata da Napoli a Roma. E’ qui che si svolgono le indagini di Guerrieri, in una Capitale che cerca di essere protagonista il più possibile con i quartieri popolari come L’Esquilino e Piazza Vittorio, un coacervo di razze, un universo multietnico nel quale si nascondono spaccio e malaffare.

Si è portato in video un nuovo poliziesco col fine di sottolineare una romanità esistente solo nella sceneggiatura ma che non è stata in grado di estrinsecarsi completamente. Manca, forse il crisma della letteratura: Nero a metà non è ispirato a nessun romanzo, nasce dall’idea di rappresentare una società multirazziale nella quale viene addirittura prevista la presenza di un poliziotto “italiano fino al midollo” ma dal colore scuro della pelle: Malik Soprani.

Un messaggio di integrazione in un momento in cui il divario con “il diverso” sta raggiungendo proporzioni gigantesche. Se l’obiettivo a cui mira la serie poteva essere credibile, la realizzazione, invece, ha mostrato i limiti del dejà vu, delle vicende di cronaca nera che poggiano perennemente sui medesimi temi e non sono in grado di esprimere originalità.

Amendola nel suo ruolo tenta di essere il più possibile credibile, ma non esita a far uso di termini politicamente scorretti come “negro” riferendosi al giovane poliziotto Malik arrivato nel commissariato per dare un valido contributo ma che alla fine gli porterà via l’unico oggetto del suo amore: la figlia Alba, anatomopatologa che del “negro” si innamorerà.

Tutti i personaggi del cast sono costruiti a tavolino, ognuno con un ruolo ben specifico: Guerrieri con il suo segreto inconfessabile ha la grinta dolente di un poliziotto apparentemente senza confini.

Fortunato Cerlino è il suo braccio destro: un riscatto per l’ex Don Pietro Savastano di Gomorra che, nella fiction, è passato dall’illegalità alla legalità.

La giovane Alba, figlia di Guerrieri, incarna il trend dell’attuale fiction made in Italy: la professione dell’anatomopatoga al femminile, un ruolo che, dopo Body of proof ha invaso la serialità ma che era stata già sdoganata nella fiction italiana da Claudia Koll nella serie Valeria medico legale andata in onda nel 2002 e 2003. Il trend ha avuto poi la consacrazione con L’Allieva, attualmente in onda con Alessandra Mastronardi

Malik il poliziotto italiano è rappresentato con coraggio e determinazione: vuole restituire all’Italia tutto ciò che il Paese gli ha dato consentendogli di avere una vita migliore.

Da questo momento però, tutto appare scontato e prevedibile: il telespettatore sa dove la sceneggiatura mira e dove arriverà: all’amore che scoppia tra Malik e Alba, alla rabbia iniziale di Guerrieri ed alla sua successiva capitolazione.

Il racconto è reso in maniera superficiale, non supportato dalla recitazione che fa ricorso ad un’ironia altrettanto scontata soprattutto sulla differenza razziale.

Purtroppo è il limite della serialità made in Italy: tutte le buone intenzioni si scontrano con la sceneggiatura che utilizza canoni standardizzati e obsoleti.

 

 


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Giornalista, esperta di spettacoli, in particolare di televisione. È stata per dieci anni critico televisivo de Il Giornale d’Italia con la direzione di Luigi D’Amato. Dal 1997 si occupa per il quotidiano Il Tempo di spettacoli, soprattutto di tv. Si occupa di cultura per il sito di Panorama. Ha collaborato in passato con le maggiori testate nazionali, tra cui Il Sole 24 ore, Il Mattino, Il Giornale. Ha ricoperto il ruolo di docente di Teorie e tecniche della critica televisiva nel master per laureati in Scienze della Comunicazione, organizzato dall’Università La Sapienza di Roma. Ha vinto il dattero d’argento al Salone Internazionale dell’umorismo di Bordighera. É stata titolare per tre anni della rubrica “Dietro le quinte” su Il Giornale d’Italia, analizzando, ogni settimana, un evento di cronaca, di politica o di spettacolo sotto la lente dell’umorismo.

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Fino all’ultimo battito recensione della serie con Marco Bocci e Violante Placido

Analisi e riflessioni critiche sulla serie in sei puntate trasmessa da Rai 1 il giovedì in prima serata.

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Fino all'ultimo battito recensione
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Rai 1 trasmette la prima puntata della serie Fino all’ultimo battito di cui vi proponiamo la recensione in anteprima. L’appuntamento è per giovedì 23 settembre alle 21:20 sulla prima rete di viale Mazzini.

Si tratta di una storia che ha come protagonista Marco Bocci nel ruolo del cardiochirurgo Diego Mancini. Accanto a lui nel cast Violante Placido, Bianca Guaccero e Loretta Goggi. Nel cast anche Fortunato Cerlino nel ruolo del boss Patruno.

Fino all'ultimo battito recensione critica

Fino all’ultimo battito recensione

Il prodotto è apparso subito come una sorta di serie strappalacrime, con una trama abbastanza scontata e ritmi notevolmente lenti.

Arriva con Fino all’ultimo battito un nuovo medical drama e un nuovo Doc che sostituisce Luca Argentero nell’attesa che arrivi la seconda serie di Doc nelle tue mani.

Tutta la storia è incentrata sui successi professionali del protagonista Diego Mancini che non riesce però ad assicurare una vita tranquilla al figlio Paolo che soffre di cardiomiopatia.

Compirà, all’inizio della storia, un errore gravissimo che avrà conseguenze e ripercussioni sulla vita personale e professionale. Farà in modo infatti che nella lista dei trapiantati risulti al primo posto suo figlio Paolo, rubando così il cuore da trapiantare ad una ragazzina di 14 anni.

A questo punto si intreccia una vicenda di criminalità organizzata con protagonista Fortunato Cerlino nel ruolo del boss Patruno. Naturalmente si fa leva sulla malattia dei bambini per suscitare nel pubblico commozione ed emozione.

La malattia dei bimbi infatti ha una lunga tradizione nella fiction italiana. Basti pensare a Braccialetti Rossi di cui Fino all’ultimo battito conserva qualche atmosfera.

Non esiste però la leggerezza sella serie di Rai 1 e la regia di Cinzia th Torrini è sempre abile e pronta a soffermarsi sulle scene più drammatiche. I primi piani dei personaggi sono infatti riproposti con insistenza continuativa.

Siamo dunque alla riproposizione di un medical drama che ha la pretesa di ispirarsi a storie realmente accadute senza però che sia una vicenda tratta da un fatto vero. Insomma una miscellanea di argomenti in cui sono inseriti anche i problemi adolescenziali per poter carpire anche questa fascia d’età, ovvero il pubblico più giovane.

Fino all'ultimo battito recensione attori

I personaggi

La fiction è stata realizzata con un dispiego di mezzi economici non indifferente. Buoni gli esterni che salvano il prodotto.

Per quanto riguarda la recitazione, la credibilità di Marco Bocci è messa a dura prova dalla mancanza di una coralità recitativa. I personaggi infatti non sono inquadrati in un contesto unico ma hanno come solo obiettivo quello di penetrare nel cuore dei telespettatori. Insomma un vero e proprio prodotto strappa audience.

Accanto a Marco Bocci, Violante Placido cerca di dare il meglio di se stessa mentre Bianca Guaccero interpreta un personaggio a metà strada tra il bene e il male. La sua recitazione è abbastanza sostenuta e non ha la credibilità di un personaggio realistico.


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Chiamami ancora amore serie tv la recensione

Riflessioni e analisi critica della serie di Rai 1 con protagonisti Greta Scarano e Simone Liberati.

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Chiamami ancora amore recensione
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Rai 1 sta trasmettendo la serie tv Chiamami ancora amore di cui di proponiamo la recensione. Il racconto televisivo è basato sulla grave crisi coniugale che ha colpito i coniugi Anna Santi e Enrico Tagliaferri, interpretati rispettivamente da Greta Scarano e Simone Liberati. Tre le puntate previste, per la regia di Gianluca Maria Tavarelli.

Chiamami ancora amore critica

Chiamami ancora amore serie tv la recensione

La storia raccontata è una vera e propria introspezione psicologica all’interno della vita della coppia protagonista. Ci si può odiare tanto dopo essersi amati in maniera totale e incondizionata? Questo il dilemma al quale cerca di dare una risposta la sceneggiatura che procede lenta e martellante sempre sullo stesso tema. Vengono poi alternati momenti in cui la coppia era felice ad altri nei quali la rottura tra di loro si era già consumata.

Il tutto nel tentativo di rendere chiaro il passaggio tra le due fasi in cui si trova la coppia: quella della pienezza sentimentale e la successiva caratterizzata da odio, rancori, risentimenti. Tutto è incentrato quasi didascalicamente su questa dicotomia: la gioia di un tempo e la sofferenza odierna. Sentimenti ai quali si cerca di dare una risposta perché sono necessariamente coinvolti anche i figli minori della coppia. E qui si apre il capitolo di una difficile infanzia e di una pre adolescenza segnata da come i bambini vedono e sopportano la situazione dei genitori.

Ingredienti ai quali si è cercato di dare il massimo risalto, con l’introduzione della figura di una psicologa (Claudia Pandolfi) a cui è delegato il difficile compito di seguire i ragazzini figli oramai di una famiglia disgregata.

La sceneggiatura si sofferma in particolare su queste tematiche ben consapevole che sono universali e di grandissima attualità. Si punta soprattutto alla immedesimazione nei personaggi, nei due coniugi che si affrontano con ira, quasi con ferocia, ma che ad un certo punto si chiedono le motivazioni di un tale inesorabile cambiamento tra di loro. Motivi che, tra l’altro, conoscono bene ma che si cerca di tenere celati al grande pubblico nell’interminabile spazio temporale di tre puntate.

Chiamami ancora amore ascolti

Analisi dei personaggi

Greta Scarano, dopo essere stata l’amante di Salvo Montalbano, si cala nel ruolo di una madre impreparata alla tormenta dei sentimenti che si è abbattuta su di lei. Cerca di essere credibile, si sforza di fornire una sufficiente prova d’attrice. Ma il risultato è al di sotto delle aspettative.

Nel corso della vicenda raccontata tenta di porsi dinanzi a se stessa ed alla fine del suo matrimonio, con una scarsa credibilità recitativa. Poco duttile nel personaggio che avrebbe avuto bisogno di una carica emotiva differente. Ma soprattutto di meno lungaggini che appesantiscono la parte finale.

Anche Simone Liberati fa del suo meglio con analoghi risultati. I due, quasi sempre in primo piano e occupando tutta la scena, appaiono come colpiti da un fato ineluttabile dinanzi al quale c’è solo da soccombere. E non per volontà di entrambi. Sotto questo punto di vista la storia appare ambigua.
Manca quel guizzo emotivo che doveva rendere meno penosa la storia arricchendola di un sentimento di speranza che, almeno nella prima puntata, è del tutto assente.


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Buongiorno mamma recensione della serie con Raoul Bova

Analisi e riflessioni critiche sulla serie tv interpretata nel ruolo del protagonista da Raoul Bova.

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Buongiorno mamma recensione
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Canale 5 sta trasmettendo la serie Buongiorno mamma di cui vi proponiamo la recensione. Protagonisti della storia raccontata sono Guido e Anna Borghi interpretati rispettivamente da Raoul Bova e Maria Chiara Giannetta.

Tutto ruota intorno allo stato di coma profondo in cui è caduta Anna da sette anni.

Buongiorno mamma critica

Buongiorno mamma recensione

La serie è basata su una sceneggiatura che alterna momenti vissuti nel presente a flashback. Tutto per giustificare lo stato di coma profondo nel quale si trova la protagonista, madre di quattro figli. La donna, moglie di Guido Borghi, è stata vittima di una emorragia cerebrale che ha lasciato intatte le funzioni vitali, ma ha compromesso l’attività cerebrale.

Anna Borghi si trova in uno stato di terapia assistita che ricorda molto da vicino casi di cronaca reale. Tra questi l’esempio più calzante sembra essere riferito alla vicenda di Eluana Englaro, che aveva appassionato all’epoca l’opinione pubblica italiana dividendola in due fazioni.

È quello che accade anche nella fiction di Canale 5 in cui la situazione di Anna Borghi viene vista e analizzata secondo l’ottica personale ed individuale di ognuno dei componenti della famiglia. Il marito desidera tenerla ancora a casa dopo sette anni di coma profondo. La madre invece vuole porre fine ad una situazione che ritiene straziante, liberando la figlia dal corpo nel quale è ingabbiata, trasferendola in una clinica per malati terminali.

E poi ci sono le opinioni dei quattro figli di età differente che reagiscono in maniera diversa dinanzi alla madre in coma profondo.

Accanto alla disgrazia viene raccontata anche l’esuberanza giovanile e tutti i problemi dei quattro figli che vivono la loro età e le loro problematiche.

La sceneggiatura è stata difficile da inquadrare ed ha proceduto attraverso troppi flashback, tra l’altro estremamente veloci, soprattutto all’inizio. Ne hanno compromesso la comprensione immediata. Il telespettatore non aveva neppure il tempo di assuefarsi al passato che già si vedeva proiettato nel presente.

Rapidità di immagini, di contenuti e di situazioni si sono alternate senza un lasso temporale che potesse definirle in maniera univoca.

Buongiorno mamma ascolti

Ulteriori considerazioni

La colonna sonora tra l’altro è sottolineata da una musica molto triste e spesso monotona. E contribuisce a dar luogo ad una serie di tempi morti e di lungaggini, incrementati ancora di più da uno scorrere estremamente ritmato e rallentato degli eventi.

La pretesa della serie è di voler coniugare troppi ingredienti. Alla malattia ed alle tematiche giovanili, si unisce anche la linea mystery. A rappresentarla è soprattutto l’infermiera Agata, apparsa misteriosamente nella vita della famiglia Borghi. Intorno alla nuova venuta si sta delineando il solito mix di suspense e thriller che rimanda comunque ad una sorta di soap opera in stile moderno.

Solo sufficiente la prova di recitazione di Raoul Bova. Ovviamente, molto poco può dirsi di Maria Chiara Giannetta. Mentre i quattro figli e i personaggi più anziani, sembrano vivere staccati l’uno dall’altro senza aver mai raggiunto la coralità interpretativa che è alla base della riuscita di ogni racconto televisivo.


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