Il clan dei camorristi: troppa violenza in prima serata


Recensione della prima puntata de Il clan dei camorristi


 Stefano Accorsi, ovvero il magistrato Andrea Esposito, nato a Caserta ma vissuto al Nord, lotta con tutte le sue forze contro il clan dei Casalesi, gruppo camorristico esistente nella realtà e originario di Casal di Principe, cittadina campana.Sono gli anni del rapido affermarsi dei Casalesi che stringono patti di ferro con la politica romana, grazie a Francesco Russo, detto ‘O Malese (l’attore Zeno) che conquista la supremazia con ferocia e spietata determinazione. Eliminando tutti gli ostacoli con il terrore delle armi, diventa il capo incontrastato.

La storia, che si apre con l’ascesa della camorra negli anni del terremoto dell’80, non lascia nulla all’immaginazione. Riversa sul piccolo schermo e sui telespettatori tutta la violenza, la ferocia e la sete di vendetta che animano i protagonisti.Scene di incredibile crudeltà scorrono sullo schermo, tutte riprese in primo piano, con dovizia di particolari. La sceneggiatura alterna dialoghi e colpi di fucili, “Sparalo in bocca a questo traditore” urla uno dei camorristi al complice durante l’agguato nella villa del suo rivale. Lo sparo in bocca letteralmente raggela lo spettatore, come è raggelante  la strage che ne segue: nove morti ammazzati in una sequenza che attanaglia e che, in prima serata, è davvero troppo sconvolgente.

Ma è solo uno degli eventi di questa escalation di violenza di cui molti aspetti potevano essere evitati.Solo nella prima puntata si contano più di dieci morti, oltre ai pestaggi a sangue. Tra questi, quello, mortale, ai danni del fratello del giudice Andrea Esposito. Il giovane viene ammazzato di botte, con colpo di pistola finale, per intimidire il magistrato e costringerlo ad abbassare la guardia. Naturalmente così non sarà. Ma la sensazione  che si siano cercate immagini a effetto per catturare audience a qualsiasi prezzo è, purtroppo, molto evidente..

Insomma, un’escalation di brutalità è sotto gli occhi di un pubblico non solo adulto e capace di elaborarne il significato.La fascia di spettatori più giovane e indifesa psicologicamente, resterà sicuramente impressionata dinanzi a tanta violenza. E’ soprattutto il messaggio iniziale ad apparire tremendo e davastante: solo con la violenza si riesce a fare strada. Ce ne vorrà di tempo, prima che il giudice Esposito riesca ad incastrare i camorristi e a restituire la speranza.

Non solo: questa pagina di cronaca è purtroppo ancora aperta.Il clan dei Casalesi continua ad occupare le pagine dei quotidiani. La storia non è chiusa: le collusioni tra politica e malaffare sono una drammatica realtà.  Tutto quello che viene raccontato in questa fiction è ispirato a fatti reali, trasfigurati dalla lente della fiction con il ricorso a nomi inventati. Ma, come ha sottolineato lo stesso produttore Piero Valsecchi, ci sono voluti anni di ricerche per mettere insieme la documentazione necessaria a realizzare la serie.

Ad esempio il giudice Andrea Esposito è ispirato al giudice Raffaele Cantone, realmente esistito e impegnato in prima linea contro il clan dei Casalesi. L’ex magistrato che attualmente ricopre altri incarichi, ha incontrato Accorsi e gli ha raccomandato di non idealizzare troppo il suo personaggio. “Essere giudice significa lavorare lentamente, mettendo insieme un tassello dopo l’altro e ricostruendo quel mosaico che apparentemente ci sfuggiva” ha detto il giudice al protagonista, svelando anche di non aver mai perso il coraggio e la determinazione.



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