L’assalto, la recensione


Riflessioni sul tv movie andato in onda su Rai1 con Diego Abatantuono


 L’assalto, tv movie andato in onda lunedì in prima serata su Rai1, ha cercato di interpretare la drammatica realtà trasformandola in una poco convincente fiction. Diego Abatantuono, nel ruolo di Giancarlo Ferraris, imprenditore della provincia milanese sull’orlo del fallimento, riesce a salvare l’impalcatura scadente della sceneggiatura, con una recitazione molto professionale, ma fredda e distaccata. La crisi dell’azienda di famiglia domina su tutto, dalla prima inquadratura fino all’ultima, ma è affrontata con i metodi tradizionali della fiction che procedono in maniera scontata. Lo scorrere della trama appariva prevedibile, compreso il pensiero del suicidio che si è fatto strada nella mente di Ferraris-Abatantuono.

C’è stato anche il tentativo di inserirvi una pseudo storia d’amore: quella per fortuna appena accennata, tra la figlia di Ferraris e il nipote del boss della ‘ndrangheta che sta lentamente stritolando l’imprenditore. Un amore che non poteva andare avanti, ma che è servito a dare il tocco del proibito alla vicenda prima che riuscisse a incanalarsi nei binari della ritrovata legalità.

Certo, l’intenzione è apprezzabile. Ma avrebbero reso meglio inchieste sul campo, di quelle ad esempio che hanno realizzato programmi come Reporter o Presa diretta. La realtà è molto più drammatica di una fiction che, nonostante gli sforzi resta una finzione scenica ed è sempre edulcorata dai soliti ingredienti del racconto televisivo.

Proprio perchè nella quotidianità esistono innumerevoli casi di imprenditori in crisi sarebbe stato meglio dare a loro la parola, far loro raccontare le proprie esperienze personali.

Inoltre, era evidente una grande approssimazione nelle riprese: significa che sono stati utilizzati pochi mezzi tecnici e limitate ambientazioni. In altre parole si è tirato a risparmiare. La regia di Ricky Tognazzi evocava film come Vite strozzate che, venti anni fa raccontava una storia analoga: ma allora era l’usura a stritolare un imprenditore e la sua famiglia. Son passati due decenni, si è utilizzato il medesimo schema di regia sostituendo gli ususai con i rappresentanti della ‘ndrangheta.

Infine: per restare nella più stretta attualità ecco spuntare, ma solo verso la fine, i rifiuti tossici: il boss vuole che Ferrais ne interri 15 mila tonnellate nelle vicinanze della fabbrica. Troppo scontato: La terra dei fuochi raccontata dalla realtà in tutte le sue drammatiche sfaccettatue ha una valenza drammaticamente umana lontana anni luci dalla costruzione della fiction.

C’era già stato un tentativo di raccontare la crisi nella fiction: ci aveva provato Casa e bottega con Renato Pozzetto e Nino Frassica.



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