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L’ispettore Coliandro- il ritorno 2, la recensione

Analisi della prima puntata della nuova serie interpretata da Giampaolo Morelli, diretta dai Manetti Bros e creata da Carlo Lucarelli.

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Analisi della prima puntata della nuova serie interpretata da Giampaolo Morelli, diretta dai Manetti Bros e creata da Carlo Lucarelli.
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Elementi evidenti nella prima puntata di L’ispettore Coliandro- il ritorno 2 andata in onda venerdì 13 ottobre in prima serata su Rai2. Titolo: Mortal Club. Il poliziotto ha indagato su un giro di lottatori di pugilato ai quali veniva somministrata droga per aumentarne le prestazioni. Si è imbattuto in personaggi di spietata brutalità che, ad un certo punto, finiscono per essere davvero poco credibili. Costruiti secondo i canoni stereotipati della delinquenza, anche loro appaiono delle caricature.

Si è avuta la sensazione che tutto fosse stato amplificato al massimo: la crudeltà dei nemici con cui il protagonista deve lottare, la crescita esponenziale della goffaggine professionale e persino la presunzione di Giampaolo Morelli, l’attore che, storicamente, lo impersona. Un Morelli troppo compenetrato nel ruolo e tronfio della propria abilità professionale.

Carlo Lucarelli, il padre del personaggio letterario, ha voluto rendere le storie ancora più ansiogene e stracolme di adrenalina.Ha posto il protagonista in situazioni al limite delle risorse umane dalle quali solo miracolosamente si potrebbe uscire vivi. Situazioni impossibili ma non per Coliandro. Lo ha fatto pestare con violenza e continuità assicurandone sempre la sopravvivenza anche in ambienti simili a gironi danteschi. Ma gli ha tolto credibilità con la presunzione di accentuare, in questo modo, l’aspetto paradossale e comico del personaggio che certamente poteva venire fuori anche in altri contesti più consoni ad una fiction Rai.

Anche il linguaggio ha subito una sterzata verso la volgarità. Parolacce e uso di termini triviali sono stati molto frequenti nella prima puntata. Hanno punteggiato i dialoghi con insistente ripetitività come se il maggior numero di improperi conferisse maggiore appeal alla storia ed al personaggio. Un modo di esprimersi che può apparire irriguardoso per il telespettatore e l’istituzione a cui Coliandro appartiene.

La trasgressione, insomma, è il filo conduttore della serie. Coliandro è stato amato perchè rispecchia le debolezze umane in cui è facile riconoscersi. Non è il santino perfetto a cui la fiction di casa nostra ci ha abituato quando si parla di Forze dell’Ordine. Ma anche la fragilità, la leggerezza del personaggio, il suo essere l’antipoliziotto, devono essere inquadrati in un contesto credibile e rispettoso.

Last but not least, in Coliandro c’è un sottile e diseducativo messaggio che non viene subito colto: pur trovando sempre la soluzione dei casi, non viene mai gratificato dai suoi superiori. Conoscono troppo bene i suoi limiti per attribuirgli un merito. A lui non resta che una debole difesa per poi piegare il capo e arrendersi al suo destino…


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Giornalista, esperta di spettacoli, in particolare di televisione. È stata per dieci anni critico televisivo de Il Giornale d’Italia con la direzione di Luigi D’Amato. Dal 1997 si occupa per il quotidiano Il Tempo di spettacoli, soprattutto di tv. Si occupa di cultura per il sito di Panorama. Ha collaborato in passato con le maggiori testate nazionali, tra cui Il Sole 24 ore, Il Mattino, Il Giornale. Ha ricoperto il ruolo di docente di Teorie e tecniche della critica televisiva nel master per laureati in Scienze della Comunicazione, organizzato dall’Università La Sapienza di Roma. Ha vinto il dattero d’argento al Salone Internazionale dell’umorismo di Bordighera. É stata titolare per tre anni della rubrica “Dietro le quinte” su Il Giornale d’Italia, analizzando, ogni settimana, un evento di cronaca, di politica o di spettacolo sotto la lente dell’umorismo.

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