Non uccidere, la recensione


Riflessioni sull'esordio della serie che segna il ritorno della fiction su Rai3


 Un thriller sospeso fra una trama chiaramente ispirata alla realtà e i fortissimi richiami televisivi. Su tutto primeggia la scelta di immergere i personaggi in atmosfere dai colori piatti e uniformi, senza alcuna vivacità ad indicare la drammaticità delle situazioni raccontate.

 Vi si aggiunga il sottofondo musicale da thriller delle emozioni, finalizzato a sottolineare istante dopo istante, la tragica routine delle indagini legate alla scomparsa e al successivo ritrovamento di Sara, una ragazzina barbaramente trucidata.  Si presenta così Non uccidere, la serie tv che ha esordito venerdì 11 settembre su Rai3. Protagonista una irriconoscibile Miriam Leone nel ruolo della poliziotta Valeria Ferri che, nella prima puntata deve scoprire l’assassino della piccola Sara.

La storia ha forti riferimenti televisivi che evocano i casi di cronaca nera dei quali si occupano da anni i principali mass media e i contenitori televisivi. L’esempio più eclatante, contenuto in Non uccidere, è la presenza del padre della piccola Sara in un programma tv nel corso del quale il conduttore gli comunica che è stato trovato il corpo della figlia. Chiaro il riferimento a quanto è davvero accaduto alla madre di Sara Scazzi: ospite in collegamento di Chi l’ha visto?, apprese,in diretta, da Federica Sciarelli, del ritrovamento del corpo della ragazzina.

Ma non basta: la sceneggiatura e il susseguirsi degli eventi (le indagini della poliziotta) evocano i gialli scandinavi che tanto successo stanno riscuotendo negli ultimi anni. E ci sono chiari riferimenti anche alla moderna serialità televisiva proposta da Sky Atlantic. La serie di Rai3 ha il merito di aver tentato una sorta di innovazione della fiction ricorrendo a formule e linguaggio distanti dai consueti e obsoleti stereotipi del racconto televisivo made in Italy.

E’ stato costruito un insieme di ingredienti che, miscelati nella giusta misura, avrebbero dovuto conferire al prodotto una patina di originalità e di credibilità. L’obiettivo sarebbe stato centrato se ci fosse stata una protagonista differente. Troppo evanescente ancora l’immagine recitativa di Miriam Leone sia pur inserita in una sceneggiatura di un qualche spessore.

La sensazione di immobilismo che, a tratti, si avvertiva nel racconto, è stata amplificata da un altrettanto immobilismo espressivo che ha bloccato ogni tentativo di riuscita.

Gli attori che si muovono, coralmente, nella serialità targata Sky Atlantic, hanno un certo carisma, dovuto all’esercizio della professione in ruoli di spessore e di credibilità.

Di Miriam Leone, dispiace dirlo, avevamo notato queste caratteristiche già nella fiction La dama velata di cui è stata interprete principale su Rai 1 nella scorsa primavera.



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