Roberto D’Ambrosio, autore Colorado: “alla satira di Crozza preferisco quella di Lucci”


L'autore di Colorado parla del programma di Italia 1 e dello stato in cui, a suo parere, si trova la comicità in Italia


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Iniziamo da Colorado: perché non c’è stata l’edizione primaverile?
Credo che il motivo sia stato Eccezionale Veramente: essendo una produzione Colorado Film, i due programmi si sarebbero accavallati. Non so nello specifico, però suppongo non ci sia stata nemmeno una richiesta da parte di Italia 1.

Per una questione di ascolti?
Gli ascolti non sono molto alti già da qualche edizione…

Ma ci sono comunque stati i provini per la prossima edizione, giusto?
Si, hanno fatto i provini con Rocco Tanica e Andrea Boin, che sarà il capoprogetto. Rocco Tanica invece sarà direttore artistico. Hanno iniziato a prendere contatti a Eccezionale Veramente, poi la cosa si è evoluta.

Ci racconta come si lavora per Colorado?
Io ho fatto le ultime tre edizioni, e ho lavorato con il capoprogetto Dario Viola. Ogni capoprogetto organizza la sua squadra e suddivide il lavoro: Viola formava dei gruppi a cui assegnava dei comici. Io personalmente, mi occupavo di scrivere pezzi e battute per i comici: noi eravamo un gruppo di tre autori, che avevano tra i 10 e i 15 comici ciascuno. Per alcuni, si trattava solo di fare un lavoro di supervisione e reimpostazione dei testi, che vanno adattati alle regole del format.
Per i conduttori invece, ci sono altri autori.

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Lei prima ha parlato di regole del format: quali sono?
Il minutaggio di tre minuti, e l’essere in linea con la richiesta del programma, cioè quella di un format per famiglie e ragazzini. Da lì il fatto che non sia un trasmissione matura e non affronti una comicità più adulta. Il target è molto “pop” e basso di età: il fatto che sia una comicità bassa, è perché si adatta alla massa e osa poco.
Quando è iniziato invece, era in realtà rivolto agli adulti. C’erano dei comici con linguaggi e argomenti anche piuttosto pesanti: solo che, con l’arrivo in prima serata, è cambiato molto. Poi intorno al 2007-2008, l’anno della conduzione di Beppe Braida e Rossella Brescia per intenderci, ha virato sul tormentone.

Come si crea un tormentone?
Di solito il tormentone è nell’aria, nel senso che l’artista o l’autore captano che quella cosa può essere di richiamo. Se incastra perfettamente in un personaggio e fa ridere una volta, capisci che può far ridere ancora. Il tormentone può essere sia musicale, cioè legato al suono della parola, che di contenuto: ti permette di spianarti la strada. Il tormentone, in fin dei conti, è un po’ una “paraculata”. Poi ce ne sono alcuni più belli, e altri che stufano dopo un po’: se il personaggio è ben strutturato, regge bene.

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Ma se è dichiarato che il target di Colorado sono le famiglie e i ragazzini, cade anche parte delle critiche sulla comicità infantile
È dichiarato nel senso che lo sanno gli inserzionisti pubblicitari, e vogliono che rimanga così. Alla fine si tratta di questo: fare televisione commerciale, e la fai per gli inserzionisti. Se bisogna rendere conto a loro, allora si deve pure far riferimento al pubblico che vogliono raggiungere.

Perciò voi autori di Colorado allora li sapete scrivere, dei testi più adulti…
Noi vorremmo fortemente scrivere dei testi più alti. In realtà gli autori sono molto capaci, molte volte loro stessi non sono fornitori del programma perché hanno altri tipi di gusti. Si prestano perché sanno che è rivolta a un certo tipo di pubblico: sarebbe molto bello poter avere più libertà, però devi fare quello che ti chiedono.

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Secondo lei in Italia può avere successo una comicità più alta?
Secondo me, in realtà, noi siamo partiti proprio con una comicità di quel tipo: gli esempi passati che abbiamo, come Benigni o Grillo, sono più alti di quelli attuali. Però era anche la società ad essere più alta rispetto a quella attuale, e la tv rispecchia la società. Ora come ora non saprei, però fino a qualche anno fa non c’era la lucidità di analisi che, invece, hanno ora le persone. C’è una richiesta di “altro”, e questa è una componente che ultimamente riscontro spesso, perciò c’è sicuramente più terreno per fare “altro” rispetto a prima.

Merito di internet?
Vedo tanti giovani che si appassionano alla satira, e credo che sia dovuto a internet. Prima c’era solo la tv: una persona guardava quello che gli veniva proposto senza avere termini di paragone. Internet al contrario permette di recuperare quel che si è smesso di fare: adesso con il web si possono conoscere non solo i comedian anglosassoni, ma anche ciò da cui noi siamo partiti.

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Ha visto Dov’è Mario? Le è piaciuto?
L’ho trovato un buon prodotto, ma non eccezionale. Secondo me non è così geniale come è stato dipinto: mi aspettavo qualcosa di più, perché a livello comico le trovate non sono poi così originali. Il motivo è che, secondo me, l’intento è lo stesso di Boris: la critica al sistema televisivo e politico. Di un altro prodotto simile, ora non se ne sentiva il bisogno: bisognava fare un passo di più rispetto a Boris. Questo tipo di critica inoltre, risulta molto autoreferenziale: chi fa parte della realtà che Guzzanti descrive non si sente colpito, mentre chi apprezza si limita ad annuire e a trovarsi d’accordo.
Penso alle serie di Ricky Gervais: lì c’è soprattutto un’idea di base che non è quella della critica in sé, che invece viene fuori in maniera più marginale, non in maniera così raccontata come Guzzanti.

Guzzanti a parte, come siamo messi in Italia in quanto a satira?
A livello televisivo siamo quasi a zero, nel senso che la satira in tv è molto all’acqua di rose. Anche per questioni pubblicitarie. Crozza per esempio, fa comicità ma non satira: non va mai contro nessuno. Di Beppe Grillo, che diceva cose e rimaneva fuori dalla tv, oggi non ce ne sono: semplicemente perché certe cose non le dicono. A questo tipo di satira politica, che non è satira, allora preferisco quella con un’impronta sociale: mi piace di più Lucci che va a farmi vedere il disagio che c’è nella società, ritengo più satira la sua che quella di Crozza.



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