Senza peccato, la recensione


riflessioni sulla prima punatat del nuovo programma di Rai2


Parlare di adolescenti in tv è sempre pericoloso: il rischio è cadere nel sensazionalismo, nella morbosa curiosità strappa-audience che, purtroppo caratterizza molti programmi, soprattutto i contenitori delle tv generaliste. Il caso delle baby- squillo spudoratamente sfruttato dai media è emblematico di un trend che nessuno riesce più a frenare.

 Poi, martedì 9 settembre arriva un programma che apparentemente, sembra uno come tanti. Parla di ragazzini, di bullismo, di criminalità, di rapporti sbagliati con i genitori, di genitori che non capiscono i propri figli. Si chiama Senza peccato e lo gestisce con estrema sobrietà Milo Infante. Il conduttore è tornato su Rai2 con quattro puntate sperimentali che indagano sulle realtà adolescenziali, penetrano nelle scuole, tra le terribili gang giovanili. Documentano una violenza, o forse una ferocia di cui si leggono le notizie ma non si conosce del tutto la portata.

{module Google richiamo interno} Un brivido corre lungo la schiena dinanzi alla storia della ragazza di 17 anni che con freddezza e determinazione filma gli ultimi 50 minuti della sua vita prima di salire sul tetto della scuola e lanciarsi nel vuoto. Lascia detto, quasi fosse una sorta di testamento, che è stata spinta dai genitori al gesto estremo e invita le forze dell’ordine a indagare sulla madre e sul padre. La vicenda è descritta senza falsa retorica di mestiere, con le parole essenziali che colpiscono peggio di un pugno nello stomaco. Una fotografia della realtà che spinge a riflettere e ad aprire gli occhi dinanzi a questi ragazzini che un intervento di Don Mazzi definisce “disorientati” non cattivi.

Colpiscono le parole del prete: chi si rivolge a me proviene da strati sociali medio- borghesi. E colpiscono le confessioni di un bimbo di soli 11 anni vittima di bullismo da parte di quello che riteneva il suo migliore amico.

Poi le telecamere documentano gli sforzi di un gruppo di giovani del più degradato hinterland napoletano per sfuggire alla criminalità organizzata attraverso lo sport.

Insomma un universo nel quale le dinamiche giovanili sono differenti ma improntate sul medesimo stile: la violenza e spesso la ferocia spinte all’ennesima potenza. Violenza chiama violenza in una generazione disorientata. E chissà quanta parte di responsabilità hanno i mass media. Sentire ragazzini affermare che avvertono la solitudine intorno e si sentono bene solo con il proprio I-phone, è terribile e sconvolgente.

Milo Infante ha avuto il merito di metterlo in evidenza in maniera non scandalistica. Si è messo all’opposto di quella trash- tv che ha trovato in contenitori come Domenica live l’espressione più volgare e discutibile.



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