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Professione “giudice televisivo”

Marida Caterini

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E chissà quanto inconsciamente è sorta, nella mente dei responsabili di rete, la necessità di dare finalmente alla figura del giudice un aspetto più bonario e meno temibile.Solo che, mentre i giudici, quelli veri, sono selezionati  attraverso concorsi e in base alla propria competenza, in tv questa figura ha un solo obiettivo: catturare la curiosità e l’interesse del pubblico e portare quanta più audience al proprio mulino. Non importa se Sabrina Ferilli, insindacabile giudice di Amici, non ha le idee molto chiare sul ballo e sul canto: dicono che basti l’emozione che la performance è in grado di suscitare, per poter esprimere una valutazione.

“Giudice di gara” sta diventando un vero nuovo mestiere televisivo, al pari dell’opinionista e dell’ospite fisso di un programma. Quasi un lavoro “a progetto” che si conclude con il termine del programma a meno che, il programma stesso non abbia più edizioni. Un esempio è rappresentato da Ballando con le stelle che, per nove edizioni, non ha cambiato la commissione giudicatrice.

Il giudice per eccellenza è stato consacrato da MasterChef: temibile e terribile, severo e accigliato, pronto a lanciare nella pattumiera il piatto non riuscito del malcapitato concorrente. Il gradimento di questa figura ha scavalcato i confini del talent culinario: altri commissari hanno potuto esercitare tutta la propria autorevole severità in discipline anche differenti da quella culinaria. Così la figura professionale del giudice è diventata talmente importante da poter scalzare addirittura lo stesso conduttore, come è accaduto proprio in MasterChef e in Hell’s Kitchen.  E se il conduttore resta, gli vengono delegati compiti delimitati, come l’accoglienza dei concorrenti. E’ accaduto a Italia’s got talent in cui i tre giudici di gara Scotti, De Filippi, Rudy Zerbi hanno completamente oscurato le figure dei presentatori Simone Annichiarico e Belen Rodriguez.

Gli ex giudici di Italia's got talent

Alla severità dei giudici di MasterChef, colonna portante del successo del talent culinario, ad un certo punto si è contrapposta una nuova immagine: il giudice che valuta in maniera bonaria, serena, tenendo conto della personalità del concorrente e delle difficoltà incontrate. Si schierano in questa categoria i giudici di Tale e quale show e quelli di Si può fare!.  Il giudice buono però ha una faccia bifronte: inizialmente si spertica in complimenti, ma quando si tratta di dare i voti, si torna al dejà vu: spunta così la faccia nascosta di chi pretende di ergersi sul piedistallo e dire la sua senza essere contraddetto.

Con buona pace di Caterina Caselli che negli anni Sessanta cantava: Nessuno mi può giudicare. Oggi la situazione è cambiata. Siamo tutti sottoposti a giudizio. E da parte di persone che spesso non sanno esprimere valutazioni corrette.

Fare il giudice ci affascina, esalta il nostro egocentrismo e la nostra voglia di primeggiare. Giudicare significa sentirsi superiori, avere in mano le sorti di qualcuno che fa di tutto per cercare di piacerci. Lo si sente dire spesso ai concorrenti in gara nei vari programmi tv che si interrogano sulle giuste modalità attraverso le quali arrivare al cuore di chi deve valutare le loro performance.

Significativo è anche constatare come ogni proposito di benevolenza si infrange subito contro il desiderio di criticare, trovare a tutti i costi qualcosa che non va, per compiacersi del proprio ruolo. Ed è su questo tasto profondamente umano di una sorta di vanagloria, che fa leva il piccolo schermo. La tv ci prende per la gola: ci affida compiti insindacabili, solletica il nostro ego.

Siamo stati troppe volte giudicati: da piccoli dai genitori, poi a scuola, all’università, ai colloqui di lavoro, ai casting, dai propri familiari, dai vicini di casa. Insomma la vita appare come un susseguirsi di giudizi: diceva bene Eduardo De Filippo, gli esami non finiscono mai.

Ma c’è un ulteriore aspetto della questione: il giudice di gara, soprattutto se il talent a cui partecipa è di successo, riesce anche a crearsi un’altra vita professionale al di fuori del programma. Trasforma cioè la sua attività in business. Eccolo, allora scrittore, testimonial pubblicitario, musicista,intrattenitore, ospite, guest star di programmi. E’ accaduto ai giudici di MasterChef che, usciti dalle cucine di Sky, si sono avventurati nella tv generalista, occupandone le principali trasmissioni da Domenica in a Che tempo che fa. Non solo, ma sono riusciti ad ottenere persino programmi propri nei quali dare sfogo a passioni secondarie rispetto alla attività principale di Chef. E, dulcis in fundo, si sono persino trasformati in testimonial pubblicitari di prodotti che, probabilmente, avrebbero lanciato nella pattumiera se fossero stati  preparati dai concorrenti.

 


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Giornalista, esperta di spettacoli, in particolare di televisione. È stata per dieci anni critico televisivo de Il Giornale d’Italia con la direzione di Luigi D’Amato. Dal 1997 si occupa per il quotidiano Il Tempo di spettacoli, soprattutto di tv. Si occupa di cultura per il sito di Panorama. Ha collaborato in passato con le maggiori testate nazionali, tra cui Il Sole 24 ore, Il Mattino, Il Giornale. Ha ricoperto il ruolo di docente di Teorie e tecniche della critica televisiva nel master per laureati in Scienze della Comunicazione, organizzato dall’Università La Sapienza di Roma. Ha vinto il dattero d’argento al Salone Internazionale dell’umorismo di Bordighera. É stata titolare per tre anni della rubrica “Dietro le quinte” su Il Giornale d’Italia, analizzando, ogni settimana, un evento di cronaca, di politica o di spettacolo sotto la lente dell’umorismo.

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Qualche idea in più

Irene Natali

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I segreti del mestiere

Irene Natali

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Luglio 2017 è la fine dei talk show?

Irene Natali

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L’ultima stagione televisiva è stata quella che, forse, ancor più delle precedenti, ne ha mostrato i molti segni di stanchezza.
Inaugurata a settembre con Politics-Tutto è politica, che nelle intenzioni avrebbe dovuto rinnovare il genere, si è invece conclusa non solo con la chiusura dello stesso Politics, ma anche de La Gabbia Open e L’Arena. Dopo mesi di confronti serrati, spesso litigi, sono caduti sul campo Gianluca Semprini, Gianluigi Paragone e Massimo Giletti: nessuno di loro tornerà alla conduzione dei propri programmi.
Una moria trasversale alle reti, alle declinazioni del genere, e persino ai risultati d’audience. A tal proposito infatti, va sottolineato che se lo share di Politics e La Gabbia languivano, quello de L’Arena insidiava e teneva testa alla domenica di Barbara D’Urso.

giletti

Negli anni i talk show si sono moltiplicati, spaziando attraverso politica, cronaca, attualità, intrattenimento. Grazie ai loro costi bassi sono state coperte prime e seconde serate, pensati i palinsesti: politici e ospiti in promozione, in studio senza compenso, hanno consentito di realizzare prodotti televisivi a budget ridotto. Ne è conseguita una pluralità di programmi presidiati a turno dagli stessi esponenti politici, opinionisti, giornalisti.
La stagione 2016-2017 ha inoltre segnato, definitivamente, il consolidamento di un nuovo trend. I segnali si erano già avuti in precedenza, ma è nei mesi scorsi che è divenuto realtà effettiva: si tratta dell’arrivo dell’intrattenimento nei talk politici. Perché se è vero che per le reti è conveniente produrli, è altrettanto vero che i risultati elettorali dimostrano quanto la contemporaneità sia caratterizzata da una forte sfiducia nei confronti dei nostri rappresentanti.

politics

In un periodo in cui i partiti, o meglio la politica in generale, hanno perso credibilità, non si può certo contare sul loro appeal per tenere i telespettatori incollati davanti allo schermo. Per ovviare al problema perciò, si è cercato di puntare sui personaggi dello spettacolo: invitandoli a dare la propria opinione, oppure riservando loro un apposito segmento per sponsorizzare i lavori in uscita.
Matrix ha persino affidato una serata a Piero Chiambretti, che si è alternato a Nicola Porro. E Bianca Berlinguer con #Cartabianca ha ottenuto il picco di ascolti con Flavio Insinna, quando il volto di Rai 1 è arrivato nello studio di Rai 3 per difendere la propria immagine dagli attacchi di Striscia la notizia. Un dato indicativo, questo.

cartabianca insinna foto2

Data la loro convenienza economica, i talk show torneranno anche nella stagione al via a settembre. Inflazionati, ne sarebbe opportuno un ripensamento: la ridefinizione dovrebbe interessare sia i contenuti che il format, per evitare l’impressione di programmi uno fotocopia dell’altro.
In questo senso va citato come virtuoso l’esempio di Nemo-Nessuno escluso. Nato come programma di approfondimento, Nemo è riuscito gradualmente a conquistare telespettatori e guadagnarsi la riconferma: pur non essendolo in senso classico, gli autori vi hanno inserito alcuni elementi del talk, grazie alla presenza di ospiti e interventi mirati.
Di certo la soluzione non può essere quella attuale, che consiste nel prolungamento a notte inoltrata per racimolare briciole di share.

 

 


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