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Fiumi di parol…acce in tv

Marida Caterini

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Purtroppo, la satira e la comicità sembrano localizzate particolarmente nella parte bassa del corpo, ovvero dalla cintola in giù: le funzioni corporali  e sessuali sono ampiamente utilizzate nell’accezione piu volgare e grossolana anche nei monologhi di comici di lunga e spesso prestigiosa tradizione artistica. La testa, il cervello, l’intelligenza creativa, il guizzo geniale che rendono la satira e l’ironia davvero graffianti e incisive nella realtà sociale, sono un lontano ricordo. Tutto è affossato dal turpiloquio imperante, anche in prima serata, senza il minimo rispetto di quelle minoranze televisive che ancora credono nel buon gusto e nei valori etici a cui dovrebbe essere ispirata la programmazione televisiva.

 Neppure i talk show sono immuni dalla parolaccia presente anche nell’intrattenimento di prima serata. Gli insulti, a cui ci ha drammaticamente abituato un certo tipo di discussione politica e salottiera, passano necessariamente attraverso il turpiloquio.

 E’ del tutto disatteso uno dei compiti più qualificanti della tv, la funzione educativa. Programmi dignitosi scarseggiano soprattutto nel settore dell’intrattenimento generalista. Un esempio, è il game show Avanti un altro condotto da Paolo Bonolis su Canale 5 nella fascia preserale: i doppi sensi e gli ammiccamenti sessuali costituiscono la normalità, la grossolanità è la regola, la volgarità della parola e dei comportamenti sono una costante. Dispiace per un conduttore decisamente intelligente che dovrebbe avere più rispetto per la propria formazione culturale.

Quali sono i motivi di una deriva trash di tali proporzioni? Viene in mente, innanzitutto, l’inevitabile contaminazione del linguaggio corrente, scurrile e volgare, con quello televisivo. Perchè censurare parole che, oramai, sono consolidate dall’uso comune? Per tale motivazione i telespettatori hanno assistito, interdetti, persino alla bestemmia pronunciata da Tiberio Timperi, personaggio tradizionalmente interprete di una gentile e garbata nazional- popolarità. E si è notata la volontà di mandare in onda la parolaccia laddove, forse, poteva essere evitata in quanto quel segmento della trasmissione era registrato.

In quest’ottica vanno inquadrate anche le discussioni dei viaggiatori di Pechino Express, all’insegna di un linguaggio volgare che nessun “bip” ha  mai coperto, nonostante l’adventure reality di Rai2 fosse stato ampiamente registrato.  Ancora una volta l’aspettativa di un frammento di share in più ha convinto i responsabili di rete a mandare in onda colloqui nei quali, la parola “c…o”, era pronunciata con costante disinvoltura.

Tiberio Timperi

L’evidente volontà di stimolare la curiosità del pubblico, attraverso il turpiloquio, continua a tenere banco anche nei programmi della fascia protetta e non risparmia neppure alcune trasmissioni radiofoniche come Un giorno da pecora, in onda su Radiodue con i due collaudati padroni di casa Claudio Sabelli Fioretti e Giorgio Lauro.

Per gli autori cercare, nel proprio bagaglio culturale, quell’originalità intelligente e costruttiva in grado di interessare il pubblico in maniera formativa, è divenuta una vera utopia. Continuare su questo trend significa offrire alle generazioni di minori e di giovani un esempio estremamente negativo. L’emulazione è una delle conseguenze più pericolose perchè  la fascia adolescenziale si sente legittimata a utilizzare il medesimo linguaggio della tv.

Ritorna in mente l’abusata espressione “lo ha detto la televisione, quindi è vero” che per molti non ha mai perso significato.  Quindi se persino Bianca Balti, nel corso nella sua conduzione in una puntata di Zelig, ha usato un’imprecazione volgare, perchè non utilizzarla nel linguaggio comune?

La  tv, per certi aspetti, è lo specchio della società e per questo segue quell’imbarbarimento nei rapporti tra individui di cui siamo testimoni e complici.

Non abbiamo più rispetto per noi e per chi ci circonda, continuiamo a utilizzare, come intercalari, parolacce e volgarità che di solito servono per mandare “a quel paese” chi non la pensa come noi e persino chi non ci è simpatico.

Insomma siamo diventati più aggressivi nei confronti di noi stessi e degli altri. La parolaccia rappresenta la naturale reazione violenta ad ogni tipo di sollecitazione. La comprensione reciproca, la dialettica costruttiva sembrano troppo impegnative in un mondo “mordi e fuggi”: meglio allora il ricorso veloce e istintivo alla volgarità nelle sue varie espressioni.

Tutto questo si inquadra in una degenerazione dei comportamenti che ha le radici in una profonda inquietudine psicologica

Intanto i dirigenti televisivi rincorrono affannosamente gli indici di ascolto che si traducono in maggiori investimenti pubblicitari. Ma c’è proprio bisogno delle parolacce per incrementare gli indici di ascolto? Sembra proprio di si, salvo poi, prenderne, ipocritamente,le dovute distanze. Basta ricordare quanto è accaduto spesso nella casa del Grande Fratello. E ancora oggi ascoltiamo personaggi noti insultarsi trivialmente per conquistare qualche spettatore in più.

Sarebbe opportuno, dunque, che gli autori di programmi e di monologhi comici si impegnino ad attivare le loro celluline grigie per offrire al pubbico un prodotto di qualità o quantomeno dignitoso.

Infine: il pensiero va a Luciana Littizzetto e alla sua comicità che, tradizionalmente, ha come punti di riferimento proprio quelli che vanno “dalla cintola in giù”. Dispiace che le innegabili qualità della Littizzetto vengano mortificate dalla grossolanità alla quale costantemente si ispira.

 


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Giornalista, esperta di spettacoli, in particolare di televisione. È stata per dieci anni critico televisivo de Il Giornale d’Italia con la direzione di Luigi D’Amato. Dal 1997 si occupa per il quotidiano Il Tempo di spettacoli, soprattutto di tv. Si occupa di cultura per il sito di Panorama. Ha collaborato in passato con le maggiori testate nazionali, tra cui Il Sole 24 ore, Il Mattino, Il Giornale. Ha ricoperto il ruolo di docente di Teorie e tecniche della critica televisiva nel master per laureati in Scienze della Comunicazione, organizzato dall’Università La Sapienza di Roma. Ha vinto il dattero d’argento al Salone Internazionale dell’umorismo di Bordighera. É stata titolare per tre anni della rubrica “Dietro le quinte” su Il Giornale d’Italia, analizzando, ogni settimana, un evento di cronaca, di politica o di spettacolo sotto la lente dell’umorismo.

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Qualche idea in più

Irene Natali

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I segreti del mestiere

Irene Natali

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Luglio 2017 è la fine dei talk show?

Irene Natali

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L’ultima stagione televisiva è stata quella che, forse, ancor più delle precedenti, ne ha mostrato i molti segni di stanchezza.
Inaugurata a settembre con Politics-Tutto è politica, che nelle intenzioni avrebbe dovuto rinnovare il genere, si è invece conclusa non solo con la chiusura dello stesso Politics, ma anche de La Gabbia Open e L’Arena. Dopo mesi di confronti serrati, spesso litigi, sono caduti sul campo Gianluca Semprini, Gianluigi Paragone e Massimo Giletti: nessuno di loro tornerà alla conduzione dei propri programmi.
Una moria trasversale alle reti, alle declinazioni del genere, e persino ai risultati d’audience. A tal proposito infatti, va sottolineato che se lo share di Politics e La Gabbia languivano, quello de L’Arena insidiava e teneva testa alla domenica di Barbara D’Urso.

giletti

Negli anni i talk show si sono moltiplicati, spaziando attraverso politica, cronaca, attualità, intrattenimento. Grazie ai loro costi bassi sono state coperte prime e seconde serate, pensati i palinsesti: politici e ospiti in promozione, in studio senza compenso, hanno consentito di realizzare prodotti televisivi a budget ridotto. Ne è conseguita una pluralità di programmi presidiati a turno dagli stessi esponenti politici, opinionisti, giornalisti.
La stagione 2016-2017 ha inoltre segnato, definitivamente, il consolidamento di un nuovo trend. I segnali si erano già avuti in precedenza, ma è nei mesi scorsi che è divenuto realtà effettiva: si tratta dell’arrivo dell’intrattenimento nei talk politici. Perché se è vero che per le reti è conveniente produrli, è altrettanto vero che i risultati elettorali dimostrano quanto la contemporaneità sia caratterizzata da una forte sfiducia nei confronti dei nostri rappresentanti.

politics

In un periodo in cui i partiti, o meglio la politica in generale, hanno perso credibilità, non si può certo contare sul loro appeal per tenere i telespettatori incollati davanti allo schermo. Per ovviare al problema perciò, si è cercato di puntare sui personaggi dello spettacolo: invitandoli a dare la propria opinione, oppure riservando loro un apposito segmento per sponsorizzare i lavori in uscita.
Matrix ha persino affidato una serata a Piero Chiambretti, che si è alternato a Nicola Porro. E Bianca Berlinguer con #Cartabianca ha ottenuto il picco di ascolti con Flavio Insinna, quando il volto di Rai 1 è arrivato nello studio di Rai 3 per difendere la propria immagine dagli attacchi di Striscia la notizia. Un dato indicativo, questo.

cartabianca insinna foto2

Data la loro convenienza economica, i talk show torneranno anche nella stagione al via a settembre. Inflazionati, ne sarebbe opportuno un ripensamento: la ridefinizione dovrebbe interessare sia i contenuti che il format, per evitare l’impressione di programmi uno fotocopia dell’altro.
In questo senso va citato come virtuoso l’esempio di Nemo-Nessuno escluso. Nato come programma di approfondimento, Nemo è riuscito gradualmente a conquistare telespettatori e guadagnarsi la riconferma: pur non essendolo in senso classico, gli autori vi hanno inserito alcuni elementi del talk, grazie alla presenza di ospiti e interventi mirati.
Di certo la soluzione non può essere quella attuale, che consiste nel prolungamento a notte inoltrata per racimolare briciole di share.

 

 


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