Neve e sisma: i troppi ritardi dell’informazione televisiva


Analisi sulla narrazione mediatica dell' emergenza nelle Marche e in Abruzzo


Sono le tre “s” del giornalismo: sesso, soldi, sangue. A marchigiani e abruzzesi è toccato, appunto, il sangue: quello dei morti nella slavina che ha travolto l’ Hotel Rigopiano.
Nei giorni passati la neve è caduta silenziosa, inesorabile: adesso l’informazione si è accorta che quella candida coperta è putrida. Sporcata dall’ abbandono, da avvisi metereologici pressoché ignorati, dall’arrivo tardivo di forze e mezzi di soccorso.

Ci è voluto il terremoto, per riportare chi vive in quelle zone al centro dell’attenzione mediatica. Quattro scosse, tutte di intensità maggiore ai 5 gradi della scala Richter: la realtà si impone. Le testate nazionali temporaggiano con un po’ di folklore: i video delle scosse avvertite in diretta tv, il patetico tweet di Salvini. “Egoriferita”, appostata ai desk delle redazioni, l’informazione sottolinea che a Roma c’è stata tanta paura, e via con filmati di lampadari: anche se, ed è palese, nel momento in cui la priorità è filmare un lampadario che dondola, tutta questa paura non s’è vista.
Le telecamere svernano nelle strade di Amatrice, o meglio di quel che ne è rimasto: speciali, cambi di palinsesto, approfondimenti. Eppure i media locali già da un paio di giorni denunciavano disagi, strade chiuse, case isolate tra montagne di neve, linee telefoniche interrotte, abitazioni senza energia elettrica per ore, crolli. Rilanciavano appelli di allevatori, soli davanti alla desolazione di veder le proprie bestie morire. I sindaci dei paesi, in strada a spalare, raccomandavano ai cittadini di uscire solo per le emergenze. Le ambulanze rimanevano bloccate, i ricoveri senza pannoloni: i negozi senza pane.
Neve ininterrottamente, per ore: per giorni. Porte letteralmente chiuse da un muro di impalpabile durezza.

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Nonostante nei social scalpitasse il malcontento, non senza la solita venatura di scoramento, il fenomeno è rimasto circoscritto all’informazione locale. Nonostante mai come ora la comunicazione sia stata tanto veloce.
Poi i quattro sismi: clima glaciale e terremoti, la combo micidiale. Impossibile stavolta non notare quanto stesse accadendo .
Se al contrario la questione fosse stata sollevata a dovere, probabilmente i soccorsi sarebbero partiti prima. Invece adesso rimane la retorica sull’ “emergenza”: un’emergenza indotta per la precisione, dato che l’ondata di maltempo era stata abbondantemente annunciata. Nevica in inverno, ohibò. In altre condizioni avrebbe forse nevicato meno, ma per le aree montuose colpite, l’inverno sarebbe stato comunque rigido: dal terremoto del 24 agosto, il tempo per organizzarsi non è mancato.
Ma si parla vigliaccamente di emergenza, di solidarietà, di polemiche inutili. Così sul piccolo schermo si prosegue con il consueto copione a orologeria: politici spudorati, indignati ammaestrati dai riflettori dei talk show, opinionisti che si scandalizzano per professione, giornalisti che preferiscono commentare anziché cercare una notizia che sia una.
Il giornalismo italiano non vuole più riappropriarsi della sua professione. Quello televisivo arranca: la stessa tv che ha lanciato l’allerta maltempo, ha poi aspettato che arrivasse l’incubo del terremoto a stagliarsi sulla notte. Proprio la televisione, il mezzo che si rivolge al pubblico più vasto.

“Ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione”: Cesare Pavese lo scriveva riguardo la guerra, ma vale anche per la cronaca. Cronaca di un mestiere e un mezzo che qualche responsabilità ce l’hanno, però le schivano senza mai scusarsene.



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