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Downton Abbey, i motivi dell’insuccesso italiano

Riflessioni sulla serie pluripremaiata che in Italia è stata un flop

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Riflessioni sulla serie pluripremaiata che in Italia è stata un flop
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 Ascolti che, settimana dopo settimana, sono calati, a conferma della totale indifferenza della platea italiana verso il prodotto. Un prodotto curato in tutti i dettagli: dalla minuziosa ricostruzione degli interni alla bellezza dei set esterni, dai costumi alla recitazione ineccepibile. Il ritratto di un’epoca analizzato nei dettagli storici e sociali. Personaggi perfettamente definiti, delineati in tutte le sfumature psicologiche. Costumi eccellenti. Perchè dunque il flop made in Italy?

Siamo un popolo che non ama la perfezione in tv. Siamo una platea che rimane disorientata dinanzi alle spettacolari inquadrature a tutto campo che rappresentano ritratti cinematografici e letterari più che semplici riprese televisive. Siamo gli spettatori che regalano a Pupetta di Manuela Arcuri, a Baciamo le mani di Sabrina Ferilli, audience inimmaginabili e recensioni gratificanti. Perchè le protagoniste sono entrate nell’immaginario collettivo grazie all’ossessivo battage pubblicitario attraverso le copertine dei settimanali, le  ripetute presenze televisive in ruoli didfferenti, il gossip che ne alimenta l’immagine. Perchè siamo abituati all’approssimazione, alle riprese ravvicinate e focalizzate solo sui primi piani degli attori, alla recitazione priva di ogni espressività. Perchè non esiste una cultura della recitazione che dia il giusto significato alla professione di attore.

Per entrare nel mondo della fiction basta partecipare ad un qualsiasi reality, dal Grande fratello in giù.  Ecco perchè dinanzi alla “grande bellezza” di serie come Downton Abbey il telespettatore vien assalito da un senso di estraneità. Non si riconosce nell’universo che sta osservando: è troppo perfetto, storicamente inquadrato, ben realizzato. E se ne allontana.

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Siamo un popolo abituato ad una grossolana approssimazione televisiva. Un popolo che vive una crisi di dimensioni più drammatiche di quanto possa apparire, abituato al sovvertimento di valori, agli scandali, alle bugie, all’ipocrisia che trasuda dalla società al piccolo schermo e viceversa.Ci hanno drogato con la superficialità, la rissa, la volgarità, la mancanza di rispetto.  Siamo succubi di direttori di rete e inserzionisti pubblicitari che rincorrono solo gli ascolti e inflazionano la fiction con le peggiori storie e i più discutibili personaggi.

Siamo un popolo televisivo che ha premiato la Karenina interpretata da Elisa di Rivombrosa, ha visto il protagonista di Tutti pazzi per amore interpretare Il Commissario Calabresi e vede ruotare nella fiction sempre gli stessi malinconici e inespressivi volti. Siamo un popolo in crisi di identità televisiva. Perchè mai con questi presupposti dovremmo appassionarci ad un prodotto di qualità?

Perchè interrogarsi sugli intrighi intelligenti e ben definiti dei protagonisti di Downton Abbey? Ci bastano quelli trash de Le tre rose di Eva.

 


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Giornalista, esperta di spettacoli, in particolare di televisione. È stata per dieci anni critico televisivo de Il Giornale d’Italia con la direzione di Luigi D’Amato. Dal 1997 si occupa per il quotidiano Il Tempo di spettacoli, soprattutto di tv. Si occupa di cultura per il sito di Panorama. Ha collaborato in passato con le maggiori testate nazionali, tra cui Il Sole 24 ore, Il Mattino, Il Giornale. Ha ricoperto il ruolo di docente di Teorie e tecniche della critica televisiva nel master per laureati in Scienze della Comunicazione, organizzato dall’Università La Sapienza di Roma. Ha vinto il dattero d’argento al Salone Internazionale dell’umorismo di Bordighera. É stata titolare per tre anni della rubrica “Dietro le quinte” su Il Giornale d’Italia, analizzando, ogni settimana, un evento di cronaca, di politica o di spettacolo sotto la lente dell’umorismo.

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