La tv sotto analisi:Junior MasterChef


E' giusto sottoporre gli aspiranti giovani cuochi alle forti emozioni della gara?


Rispetto alla versione italiana degli adulti manca la spietata competitività tra i concorrenti che rappresentava il vero punto debole della trasmissione. A questi bambini non mancano di certo la grinta e la determinazione eppure almeno per il momento hanno dimostrato di saper vivere questa esperienza con sano agonismo. I giudici, dal canto loro, ce la mettono tutta per non mortificare troppo i bambini con i loro giudizi negativi e, molto più dei loro colleghi dell’edizione senior, si sforzano di cercare una certa complicità con i bambini i quali, a loro volta, sanno accogliere con grande spontaneità ogni genere di consiglio venga loro offerto.

In generale, per quanto costruita e rimontata, la trasmissione riesce a salvare la freschezza e la semplicità dei concorrenti, che solo in rare occasioni mostrano atteggiamenti poco confacenti ad un bambino. Non a caso queste rare occasioni coincidono sempre con i momenti in cui la gara si fa più accesa e vincitori e vinti vengono messi in primo piano. È proprio questa la nota dolente del format, è proprio questo che lascia l’amara sensazione che tutto sommato, per quanto trattati con rispetto, i bambini non vengano del tutto preservati da una certa strumentalizzazione in cui lacrime, commozione, rabbia e gioia, tanto dei perdenti quanto dei vincitori, sono cercate per suscitare nel pubblico coinvolgimento e tenerezza.

La domanda dunque resta sempre la stessa, identica per tutti i talent in cui siano coinvolti direttamente i bambini: è giusto permettere che le emozioni sperimentate dai piccoli protagonisti siano mostrate ad un così vasto pubblico? È probabile che la partecipazione a Juonior MasterChef riserverà a questi aspiranti chef in erba grandi prospettive di carriera, ma, se così non dovesse essere, cosa rimarrà nell’animo di un bambino che in così tenera età ha dovuto gestire emozioni grandi persino per un adulto di fronte a mezza Italia, parenti e amici compresi?
Da un certo punto di vista bisogna proprio riconoscere che “il gioco non vale la candela”. Il godimento del pubblico, che volentieri si intenerisce di fronte ai bambini, non giustifica la possibilità di mettere giovani concorrenti in condizioni di vivere un’esperienza troppo forte per la loro tenera età.



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