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Recensioni

Turandot su Rai5, la recensione

Riflessioni sull'opera andata in onda il 1 maggio per l'inaugurazione dell'Expò
Paola Pariset.

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Riflessioni sull'opera andata in onda il 1 maggio per l'inaugurazione dell'Expò
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Grande, ad apertura ufficiale dell’Expo 2015, questo momento musicale ed artistico, approntato da specialisti di livello molto alto, un livello che ha toccato dei culmini non solo nell’ambito musicale, ma in quello registico e visivo.

Nel parterre invidiabile erano il precedente Presidente della Repubblica Napolitano e signora Clio (il Presidente Mattarella, presente nella mattinata, doveva far fronte agli impegni politici), il Presidente del Consiglio Renzi con moglie e una figlia adolescente, i rappresentanti del mondo politico onorevoli Pisapia, Maroni e molti altri, accanto ad intellettuali ed artisti che hanno alzato il tono dell’evento, ma non nel senso della mondanità, sibbene in quello della levatura intellettuale.

L’impatto iniziale è avvenuto con l’allestimento di Raimund Bauer delle mura del Palazzo Imperiale cinese, come muraglia rossastra irta di chiodi, a suggerire il senso oppressivo di una realtà sociale impenetrabile ed ostica, che le figure sceniche comiche dei ministri Ping, Pang e Pong, ingolfati in ridicolizzanti costumi pagliacceschi, non riuscivano ad attutire.

Antonenko nella Turandot per l'Expò

Straordinaria la soluzione scenografica di sopraelevare il trono dell’Imperatore Altoum (tenore Carlo Bosi), isolato in un alto oculo entro una prospettiva sgomentante dal basso in alto, che accentuava paurosamente la dimensione oltreumana del sovrano, immobile, biancovestito, recante nelle due mani un sottile e arcuato bastone rosso, cruento simbolo di potere assoluto.

I costumi di Andrea Schmidt-Fuetter, bellissimi per l’Imperatore, erano per il Coro e la Corte accentuatamente sovratemporali, con cappottoni e cappelli anni ’30 (anche per le donne) sui lunghi abiti cinesi, e con  una maschera posta sui loro occhi, forse ad evidenziare la falsità della sottomissione ad un potere sanguinario. Poco gradevole e inadatto alla figura fisica era  il ‘costume’ della piccola Liù (soprano Maria Agresta), che entrava in scena accompagnando il vecchio imperatore spodestato Timur (padre di Calaf, ancora invisibile fra la folla), sgraziatamente fasciata da un largo e informe accappatoio bianco, penalizzante anche se ella impersonava  una schiava.

Turandot, scena di Bauer

Subito si profilava la personalità del principe Calaf (tenore lettone Alexsandrs Antonenko), fortissima come quella di Turandot da cui era subito affascinato, il quale chiedeva all’Imperatore di affrontare gli enigmi posti dalla figlia,per concedere la sua mano ai candidati, destinati alla morte in caso di sconfitta.

Tutto il II atto, dedicato agli enigmi, vedeva rarefarsi l’azione nel clima di paura, di attesa, di terrore attorno alla ferma decisione di Calaf (“Gli enigmi sono tre, una è la vita”), su una scrittura musicale di  Puccini nuova e ben poco descrittiva, che egli compose lentamente e con molti ripensamenti, lasciandola incompiuta quando morì a Bruxelles nel novembre 1924,  per cancro alla gola.

La figura della crudele Turandot (soprano svedese Nina Stemme) è stata magnificamente vestita da Schmidt-Fuetter con un costume corazza nero, con antenne e scaglie, quasi un macroscopico insetto, ed il contrasto fra il gelo di lei e l’accensione di Calaf  (“Ti voglio ardente d’amore”) correva anche sul filo delle stupende luci rossastre e azzurrine di Duane Schuler. “Nessun dorma”, la frase di Calaf  che prelude alla vittoria – magnificamente interpretata da Antonenko, tenore assai  noto specie per la sua carica interpretativa – è ormai un ‘topos’ della grande lirica italiana: mentre, ormai nel III atto, la morte di Liù sotto tortura per non svelare il nome di Calaf, che ella amava, diventava il perno della trasformazione e umanizzazione di Turandot. 

“Chi pose tanta forza nel tuo cuore?” ella chiedeva a Liù che resisteva alla tortura senza parlare. “Principessa, l’amore…”. “L’amore….” questa  ripetè, come ridestandosi da un lungo letargo. 

Dopo la morte di Liù, Puccini non andò più avanti, lasciando tuttavia più di 30 pagine di appunti e temi musicali. Toscanini volle fortemente che su questi qualcuno completasse l’opera: la scelta cadde – ma fu tormentatissima – su Franco Alfano e la “Turandot” fu da allora sempre eseguita con questo completamento, rimanendo tuttavia aperta su ciò un’accesa disputa.

Turandot, Nina Stemme

Nel 2002, ne fu incaricato dal Festival delle Canarie il compositore Luciano Berio – in realtà alla domanda sul perché avesse scritto per “Turandot” un suo finale, rispose: “Perché mi piace, il precedente non mi piaceva” – ed è quello che il M° Chailly ha eseguito per l’Expo (lo aveva interpretato anche nel 2002).

Viva l’attesa per questo brano musicale, lungo 16 minuti e sapientemente composto sugli appunti pucciniani sia legati alle parole, sia strumentali, in cui Berio ha tenuto conto di temi pertinenti la medesima opera, ed anche di spunti ed eco soprattutto wagneriani (Puccini aveva scritto alla fine della partitura: “da qui, Tristano”).

Realmente egli ha guardato alla modernità della creazione pucciniana, lì dove – ad esempio nella scena degli enigmi – la scrittura si prosciuga, piega verso monosillabi orchestrali: insensibile è infatti lo scivolare entro la scrittura di Berio, leggerissima nei suoni striduli, trasparente, che accompagna il cadere della veste animale di Turandot, incapace ormai dopo il celebre bacio di uccidere Calaf.

Stupenda la regìa di Lehnhoff che manteneva in scena il cadavere di Liù, da cui si originava  l’umanzzazione della principessa, e stupenda l’uscita di scena – lenta e nel silenzio – dei due amanti, verso il nuovo destino, senza trionfalisni .

Una “Turandot  davvero come la avrebbe voluta Puccini. Altissimo il grado di bravura di tutti gli interpreti, anche della Agresta dalle dolcissime emissioni vocali, e pieni di interviste  a specialisti e di curiosità  gli intervalli. Lo spettacolo verrà replicato alla Scala il 23 maggio.

Qui The opening , il concerto e le opere eseguite.
                      


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Recensioni

Buongiorno mamma recensione della serie con Raoul Bova

Analisi e riflessioni critiche sulla serie tv interpretata nel ruolo del protagonista da Raoul Bova.
Marida Caterini

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Buongiorno mamma recensione
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Canale 5 sta trasmettendo la serie Buongiorno mamma di cui vi proponiamo la recensione. Protagonisti della storia raccontata sono Guido e Anna Borghi interpretati rispettivamente da Raoul Bova e Maria Chiara Giannetta.

Tutto ruota intorno allo stato di coma profondo in cui è caduta Anna da sette anni.

Buongiorno mamma critica

Buongiorno mamma recensione

La serie è basata su una sceneggiatura che alterna momenti vissuti nel presente a flashback. Tutto per giustificare lo stato di coma profondo nel quale si trova la protagonista, madre di quattro figli. La donna, moglie di Guido Borghi, è stata vittima di una emorragia cerebrale che ha lasciato intatte le funzioni vitali, ma ha compromesso l’attività cerebrale.

Anna Borghi si trova in uno stato di terapia assistita che ricorda molto da vicino casi di cronaca reale. Tra questi l’esempio più calzante sembra essere riferito alla vicenda di Eluana Englaro, che aveva appassionato all’epoca l’opinione pubblica italiana dividendola in due fazioni.

È quello che accade anche nella fiction di Canale 5 in cui la situazione di Anna Borghi viene vista e analizzata secondo l’ottica personale ed individuale di ognuno dei componenti della famiglia. Il marito desidera tenerla ancora a casa dopo sette anni di coma profondo. La madre invece vuole porre fine ad una situazione che ritiene straziante, liberando la figlia dal corpo nel quale è ingabbiata, trasferendola in una clinica per malati terminali.

E poi ci sono le opinioni dei quattro figli di età differente che reagiscono in maniera diversa dinanzi alla madre in coma profondo.

Accanto alla disgrazia viene raccontata anche l’esuberanza giovanile e tutti i problemi dei quattro figli che vivono la loro età e le loro problematiche.

La sceneggiatura è stata difficile da inquadrare ed ha proceduto attraverso troppi flashback, tra l’altro estremamente veloci, soprattutto all’inizio. Ne hanno compromesso la comprensione immediata. Il telespettatore non aveva neppure il tempo di assuefarsi al passato che già si vedeva proiettato nel presente.

Rapidità di immagini, di contenuti e di situazioni si sono alternate senza un lasso temporale che potesse definirle in maniera univoca.

Buongiorno mamma ascolti

Ulteriori considerazioni

La colonna sonora tra l’altro è sottolineata da una musica molto triste e spesso monotona. E contribuisce a dar luogo ad una serie di tempi morti e di lungaggini, incrementati ancora di più da uno scorrere estremamente ritmato e rallentato degli eventi.

La pretesa della serie è di voler coniugare troppi ingredienti. Alla malattia ed alle tematiche giovanili, si unisce anche la linea mystery. A rappresentarla è soprattutto l’infermiera Agata, apparsa misteriosamente nella vita della famiglia Borghi. Intorno alla nuova venuta si sta delineando il solito mix di suspense e thriller che rimanda comunque ad una sorta di soap opera in stile moderno.

Solo sufficiente la prova di recitazione di Raoul Bova. Ovviamente, molto poco può dirsi di Maria Chiara Giannetta. Mentre i quattro figli e i personaggi più anziani, sembrano vivere staccati l’uno dall’altro senza aver mai raggiunto la coralità interpretativa che è alla base della riuscita di ogni racconto televisivo.


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La Compagnia del Cigno 2 recensione della serie con Alessio Boni e Anna Valle

Analisi e riflessioni critiche sulla serie tv interpretata nel ruolo dei protagonisti da Anna Valle e Alessio Boni.
Marida Caterini

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La Compagnia del Cigno 2 recensione
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Rai 1 sta trasmettendo La Compagnia del Cigno 2 di cui vi proponiamo la recensione. La serie è interpretata tra gli altri, da Alessio Boni nel ruolo del maestro Luca Marioni e da Anna Valle che si cala nel ruolo di Irene Valeri. Ci sono poi i sette giovani studenti che, adesso stanno per diventare adulti e devono affrontare i problemi della loro esistenza quotidiana.

La Compagnia del Cigno 2 critica

La Compagnia del Cigno 2 recensione

Ideata da Ivan Controneo che ne ha curato la sceneggiatura con Monica Rametta, la seconda stagione della serie pone l’accento in particolare sull’amicizia dei sette studenti. Allievi del conservatorio che adesso hanno raggiunto la maggiore età ma si portano dietro ancora i complessi dell’età adolescenziale.

Sono in una fase di transizione umana e artistica nel corso della quale non riescono a discernere i vari aspetti della loro personalità. Sette storie differenti di vita vissuta e di sacrifici per portare avanti il sogno di diventare musicisti. Setti differenti modi di approccio alle tematiche dell’età giovanile nelle quali Cotroneo è un grande esperto. Il telespettatore under 20 tende a riconoscersi nelle problematiche studentesche, nei primi amori, nelle delusioni, nella malinconia, ma anche nell’euforia che Cotroneo ha dipinto molto bene in ognuno dei sette protagonisti.

Ad inquinare questa atmosfera che, solo apparentemente sembra idilliaca, appare, nella seconda stagione l’elemento di disturbo rappresentato dal direttore e maestro d’orchestra Teomar Kayà. E’ questo il personaggio chiave destinato a modificare l’andamento della sceneggiatura ed a cambiare radicalmente il corso degli eventi. Ed è qui che la serie cade nel patetico e, in qualche modo, nella soap opera. Il nuovo venuto è l’intruso che porta con se rabbia, rancore e vendetta provenienti da un passato che non è stato mai dimenticato. E si riaffaccia dopo 25 anni con tutta la forza di una vendetta tanto attesa.

Il nuovo maestro è il male che attacca il bene e lo inquina. Mandando a rotoli ogni buona intenzione della serie.

La Compagnia del Cigno 2 ascolti

Analisi dei personaggi

Certo, la sceneggiatura vuole puntare, per quanto riguarda i personaggi, soprattutto gli studenti, sul concetto dell’amicizia, una sorta di “Uno per tutti, Tutti per uno” che si concretizza in varie situazioni. Ma non tutte sono credibili. Alcune appaiono troppo spettacolarizzate solo per fini di audience e per catturare il telespettatore.

Al centro della serie c’è la musica colta e questo è sicuramente un pregio del racconto. C’è un percorso artistico che viene ben delineato nelle sue linee essenziali. Ma c’è anche troppa approssimazione nella schematicità delle tante vicende raccontate.

Alessio Boni, il Bastardo maestro Luca Marioni, riesce meno credibile rispetto al passato. Forse la serie poteva concludersi con la prima stagione. La seconda già appare una forzatura per la necessità di pescare nel torbido dei sentimenti umani a fini spettacolari.

Anna Valle non cambia. Cambiano le fiction da lei interpretate, ma resta rinchiusa nel suo schema di immobilismo recitativo. Molti i personaggi di contorno ad ognuno dei quali è affidato il ruolo di rendere al meglio la coralità recitativa. Sono i giovani protagonisti ad aver contribuito maggiormente al tentativo, non sempre riuscito.


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Recensioni

La fuggitiva recensione della serie tv con Vittoria Puccini

Analisi e riflessioni critiche sulla serie tv interpretata nel ruolo della protagonista Arianna, da Vittoria Puccini.
Marida Caterini

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La fuggitiva recensione
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Rai 1 sta mandando in onda La fuggitiva serie tv di cui vi proponiamo la recensione. La fiction è interpretata da Vittoria Puccini nel ruolo della protagonista Arianna Comano accusata ingiustamente di aver ucciso il marito, assessore all’urbanistica di un piccolo centro nei pressi di Torino.

La fuggitiva critica

La fuggitiva recensione della serie tv

La fuggitiva è un prodotto che vuole coniugare atmosfere drammatiche e thriller ma con la pretesa di essere una serie d’azione. Misteri, segreti, un passato tragico alle spalle dei protagonisti, mai totalmente elaborato e superato, sono alcuni degli elementi caratteristici della serie.

La prima puntata inizia con flash back che si susseguono ininterrottamente fino alla conclusione. Sono sprazzi della vita della protagonista rapita in tenera età dopo che i genitori erano stati uccisi in seguito ad una rapina. Vi si aggiungano sullo sfondo le atmosfere del conflitto bosniaco e l’addestramento, forse più che militare, a cui la protagonista è stata sottoposta per sopravvivere.

Insomma una vita, quella di Arianna, piena di drammi come solo una serie tv può ricreare. Drammi che ricominciano quando viene accusata dell’omicidio del marito. La sceneggiatura tenta di imprimere allo scorrere degli eventi un ritmo estremamente veloce, più che ansiogeno. Costringendo il telespettatore a non avere un minimo di sosta tra una fuga e l’altra, tra un appostamento ed una aggressione. Ma il tentativo non è riuscito.

Non mancano anche le ingenuità nella costruzione di una trama che, per la maggior parte, si svolge on the road con una dovizia di esterni tra Torino e località limitrofe. Sono, infatti gli esterni urbanistici ad essere sempre in primo piano, fotografati con cura. La pulizia della fotografia, fa troppo spesso da contraltare agli sporchi affari che stanno dietro la morte del marito della protagonista. E ad una vicenda che, più va avanti, più mostra lati oscuri, intrighi, ossessioni mai superate, non solo dalla protagonista. Insomma un guazzabuglio infernale.

In questa mescolanza di ingredienti riesce difficile dare credibilità ad una storia che sembra essere stata costruita, sia pur con le dovute differenze, sul film cult Il fuggitivo con Harrison Ford. Una copia mal riuscita, talvolta anche maldestra nella gestione.

La fuggitiva ascolti

Analisi dei personaggi

Vittoria Puccini non ha ancora lasciato alle spalle la sua Elisa di Rivombrosa nella staticità delle espressioni. Sono trascorsi anni dal personaggio da soap. Ma, ad uno sguardo attento, la credibilità della recitazione resta la medesima. Per tutta la durata del film è una fuggitiva incompresa che spesso non riesce ad esprimere i suoi sentimenti ed a comunicarli al pubblico perché ingabbiata in un limitato schema recitativo. Naturalmente la sceneggiatura procede, soprattutto nei suoi confronti, in maniera fin troppo lineare. Alla fine, si sa, la sua innocenza verrà dimostrata con la scoperta di una rete di loschi affari. Una rete che ha già seminato, fin dall’inizio, molti cadaveri.

Medesima scarsa credibilità per Pina Turco, l’agente Michela che nasconde a sua volta un passato poco chiaro.

Infine: neanche ai cattivi riesce dimostrare fino in fondo la propria malvagità. E il pubblico si accorge che poco o nulla riesce convincente all’interno della serie.


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